06 giugno 2011

Blogoromanzo senza fini: Capitolo 2

Chiamarsi con una coniugazione verbale è uno di quegli scherzi che ai suoi non mancava far notare come di pessimo gusto. “Guardate che a un figlio gli si deve facilitare la vita, bisogna pensare che un nome ha poteri enormi!” - “E’ compito di ogni bravo genitore calcolare, proiettare come uno scacchista tutte le variabili applicate o applicabili alla scelta, valutarne la presaperculità prima di anagrafarlo”
“Bah, la famiglia Mezil mi ascolta più di voi”.

Fauno Montecristo (AKA Il Padre) prova sempre piacere nel raccontare la storiella della nascita di Corso e del fatto che facesse un caldo così terribile che le suole filavano sull’asfalto come il formaggio Tigre di Rumenigge ed il traffico era congestionato oltre ogni umana comprensione. Abbandonata l’ipotesi Opel Kadet si era messo a correre per quei 5 chilometri che separano l’ospedale ‘San Ciriaco Diacono e Martire’ dal municipio. Arrivato all’ufficio anagrafe col diritto di allegare la propria foto al termine ‘stremato’ del Devoto-Oli l’attendeva l’Impiegato (AKA LoZio dello nascituro). Alla domanda “Allora, cosa abbiamo?” la risposta ansante fu: “Abbiamo Corso” segnando indelebilmente il destino del creaturo.
Ora, a parte l’idiozia nella storia che Il Padre raccontava al figliuolo per sfotterlo durante le lamentose miagolate sul proprio nome, Corso non riuscì mai ad avere una spiegazione seria.
Ma si è al funerale.
Si è vestiti come Hugh Grant.
Si encomia il nonno morto ricordandolo così:

Di buon mattino Furio Montecristo s’alza dal letto col piede sinistro come gli s’addice da 87 anni a quella parte e indossando il pigiama a righe che l’immobilità funerea del sonno lascia miracolosamente stirato. Scende dabbasso alla piccola bifamiliare fronte lago, suo primo domicilio dal giorno postumo la dolente dipartita dell’amata Mercedes (2 anni e 10 giorni prima) compagna di vita dalle 17 candeline in poi. Sul fuoco la moka preparata la sera prima. Nel mentre Furio ingolla d’un colpo una manciata di sali di litio annaffiata con bel sorso di Optalidon: la colazione dei campioni. Accesa una Merit attende il caffè sgorghi dal proprio pertugio. Colazionato si reca nel garage aprendo la bascula come un sipario dell’Operà; la carrozzeria dell’Aquilotto Bianchi seminata di cromo lucente. Furio saluta la sua delizia ammiccandole, voltatosi guarda la stradina sterrata che dal giardinetto di casa scollina verso quella smorfia di legno allungata sul Trasimeno che è l’imbarcadero. Inforca ‘IL FALCO’ come lo chiama lui (vaglielo a far notare che il modello lo identifica come altro rapace) e scalciata la pedivella il borbottio del motore conduce l’antico centauro strafatto fino a lì: dove la gravità inizia a farsi sentire.
Furio da gas al Falco che da gas alle ruote.
Tanto.
Ma tanto che quasi la manopola dell’acceleratore fa il giro.
E’ un lampo d’argento a strisce di pigiama quello che i turisti in attesa sul traghetto Passignano - Tuoro Punta Navaccia vedono deflagrare a babordo. La testa del buon Furio Montecristo eiettatasi nello schianto verrà ritrovata il giorno seguente, scambiata per una boa di virata da un canoista dilettante che pare abbia commentato: “E’ stata la prima volta che fissando una boa questa mi restituisce lo sguardo”.
Ma queste son briscole da giornalisti.
Elogio di Fatal Furio e del suo incomparabile stile.

CONTINUA?

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