Va bene che hai girato tutto il giorno con 39 gradi e l’umidità che il carrello dei bolliti ha clima temperato, ma se sei nella città che dorme ancora meno della città che non dorme mai, lo devi fare uno sforzo. Anche se nemmeno ricordi d’averlo avuto mai uno così, concedi al tuo ‘lato giovane’ una botta di mondanità mandorlata! E allora vesto ammodino: con quella maglietta nera che il destino vorrà unica superstite dell’ecatombe di indumenti il Sol Levante rappresenta per il mio datato guardaroba. Spiegone digressivo: natura volle che raggiunti i favolosi sedici le quote dimensionali della mia persona subissero un blocco pressoché totale. Questo contribuì negli anni a render pingue l’armadio di capi a cui nemmeno la moda revisionista ha saputo restituire dignità. Ergo, il vestiario che fu all’andata non perverrà al ritorno, se non nella limitata e degradata forma di imballo per action figures, incrementando così le teche a discapito del guardaroba. Fine spiegone.
E’ quindi bello teddy boy in t-shirt, pantaloni fighi con la piega e per la prima volta privo di gibbosità turistica detta zaino, che m’accingo.
La banda dei cinque l’ha pensata uguale: spinta nello sforzo d’un aspetto non rassegnato s’è sprofondata capofitto tra il’Gira la moda’ dei bagagli. Ed eccoci tutti, ricercati e desolanti come maiali che tentano di guardare in alto. Ma in Giappone sei italiano e trivellatore, detti moda, fai tendenza e te ne fotti che nessuno ti conosce.
Balzando temporalmente oltre la cena arriviamo belli sciabordanti di birra, sakè e Suntory whisky al galvanico sabato sera in Disco-Shibuya-Tokyo-Japan e scusate se è poco.
In una megalopoli che si sviluppa più Tetris che Wonder Boy capire che locale effettivamente si celi dietro un nome è aleatorio come gli occhi del serpente.
E interpretando la metà tra l’hiragana e il katakana, che nemmeno per metà compongono le insegne fiorite di kanji, affidarsi al culo è ben lontano dall’essere una scelta.
Ma chi sta sui gradini alti nella scala biologica della crescita può guardare oltre il piano terrestre del mio metro e settanta. Più su: dove il fulgore della Dogenzaka è stemperato dal buio, dalle chiome di fili elettrici e tubi e finestre buttate su scale di interni a fluorescenza.
Quando Shibuya baratta i suoi lustrini con tappi a corona, dove è prossima la consuetudine da dormitorio di Meguro-ku, là; al secondo piano del convoglio di edifici sta la scritta su sfondo rosso: ‘GASPANIC’. Pulsante e vibrante, spinta dietro da bassi hip-hop di ammerigana violenza.
Normalmente sarei portato ad aggrottare la fronte e sollevare il lato sarcastico della bocca, cancellando il ricordo di quella prospettiva inconcepibile con un buon sorso di birra. Ma c’è che questa è Tokyo e sakè tiene per mano Suntory in un girotondo di complicità e siamo vestiti ganzi con l’ormone al 109 che spinge e spinge e...
... siamo dentro. Nemmeno mi sono accorto.
Il sonic boom di rime anglofone e bpm suona forte e mostruosamente elettronico ai miei padiglioni fondamentalmente analogici. La penombra del locale è soffusa d’azzurro e sciabolate di neon intarsiate di fumo che gli astanti tutti, buttano dalle bocche sottili di nati giapponesi. L’emorragia di gaijin all’ingresso li distoglie solo per pochi sguardi dalle loro attività, non siamo gli unici dagli occhi grandi e l’effetto bestia esotica ne esce largamente mitigato. Un’occhiata all’aggressiva presa della pista da ballo identifica gli ‘altri’ come made in USA; e sticazzi.
Il GasPanic non è né grande né piccolo ma certamente plumbeo di incarnato. Il bancone del bar lungo e luminoso come ti aspetteresti un bancone del bar nella Los Angeles di Ridley Scott, fa da frangiflutti su un atollo di linoleum. Tavolini tondi da starci vicini bevendo all’inpiedi. Un paio di scalini danno la spinta (sì come no!) lanciandoti in pista per le danze.
La prima regola (ad eterno monito che in Giappone anche nel locale più alternativo ((ok non è questo il caso)) qualche regola da rispettare c’è sempre) che il barista di barba vissuta e bandana di barista comunica con ferma gentilezza è che al GasPanic non si paga l’ingresso. Mitico! Ma l’abbeveraggio deve costante spumeggiare nei boccali. Mitico!! In pratica come vichinghi ai quali era proibito poggiare il corno potorio ancora pieno, a noi è fatto divieto di restar a bocca asciutta...forever. Questo non ci scoraggia, non l’ha mai fatto: birra oste, come se piovesse.
Il pubblico è variopinto di razze, colori ed età; la presenza di ragazze on the dance floor galvanizza alcuni dei cinque supermagnifici Bobby Farrell a dimenare arti fuori tempo come spastici orangutan. Il mio metodo Stanislavski prevede beva ancora un poco e sopratutto fumi, subito. Appronto con navigata naturalezza il nécessaire del tabagista: cartine corte Rizla argento e tabacco Old Holborn giallo portati da casa (che non si sa mai in Giappone non si trovino; infatti).
Mentre abilmente stendo il blend sul suo lettuccio di cellulosa snellito d’un quarto, il mio senso di ragno obnubilato percepisce un’insolita attenzione. Con le braccia nella posizione della gallina covante alzo lentamente gli occhi dal manufatto per incrociare tre sguardi spalancati (per quanto il taglio lo permetta) di altrettanti ragazzini endemici. Continuando a sistemare, abbozzo il mio sorriso-circostanza mentre giovini b-boyz di vestiti larghi e cappellino diciottenne scambiano commenti nell’ostico idioma. E’ mentre con scafato gesto di lingua umetto e rollo la sigaretta che i figli d’un gene kamikaze si fanno coraggio. Avvicinatisi di qualche passo, sparuti interloquiscono a mezza voce: “Hashish?”. Come quando bambino rovesciavo in bocca tutta la bustina delle Frizzy Pazzy il cervello inizia a scoppiettarmi di divertimento “Sì, magari!” rispondo senza pensare, ma l’inciampo neolatino è ormai sfuggito. Riparo con istupidito inglese: “No, it’s only tobacco” (sorrisone e sventolata di Old Holborn) ma pare non convincerli. Le marmotte curiose si avvicinano ulteriormente (tranquilli il bianco è mansueto) e scrutano la sigaretta appena montata allungando il collo, poi la mia faccia, la sigaretta e ancora me tra dubbio e illegale fascinazione.
Esibisco loro il rinvenuto sacro graal in una combo di gestualità ieratica. Il fuoco dell’accendino li destabilizza per un attimo e recalcitrano come lupi infastiditi dal falò: ma se rollare equivaleva a spianare un mitra, accendere è il vero e proprio crimine. La brace arde di profonde boccate seguite da volute, silenzio e sguardi di chi conosce l’uccello che gira le viti del mondo (se devo essere bullo tanto vale bullarsi). I ragazzetti ormai certi che quello che fumo non sia legale in nessuno dei nostri stati si aprono in larghi sorrisi di approvazione e dondolii streetstyle sulle gambe.
“Are you italian?” riattacca il portavoce del trio.
“Italian yes” ciancico ubriaco.
“Mmmmmm” quello che già mi pensa don Vito Corleone “Italian... Dangerous Boy!”
24 gennaio 2012
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