La Karasuma Dori è quella che negli States chiamerebbero avenue, in Spagna avenida e in Italia lungo viale che collega il leviatano a nome Kyoto Station con la piccola realtà domestica rappresentata dal Matsubaya ryokan. Senza ombra di dubbio la via che più frequentemente ho calpestato durante queste infuocate giornate d’Agosto.
Percorrendola di giorno, la fata morgana stempera l’enorme mole scura e legnosa del tempio Higashi Honganji cancellando dal mio cervello di carassio la promessa e ripromessa di visitarlo.
“Ci passiamo davanti quotidianamente, figurati se non capita!”: due viaggi a Kyoto, mai visto.
Privata delle carezze pietose che il mare concede alla capitale, l’imperatrice esautorata delle città nipponiche crogiola nell’afa di milioni di fohn. Respirarci dentro è come farlo attraverso un panno di lino costantemente inondato di liquore da fosso; un’implacabile ordalia dell’acqua.
La sera è quando con un cinque il Sole dà il cambio sul ring all’asfalto quale rinnovata fonte di calore, ma la percezione è ingannata dal buio e si gironzola più volentieri.
Attraverso la catenaria dei negozi di rosari, negozi di campanelle o di incensi e articoli votivi che appesta le vicinanze del tempio come cirripedi una balena, mi avvedo della globalizzazione della simonia. Confortato che “..il Rosario Elettronico Portatile...destinato a chiunque voglia pregare in movimento, in casa, individualmente o in gruppo” (come recita il sito) non rimane un aberrazione isolata ma un approccio all’avanguardia.
Verso la stazione il Credo si sfilaccia, o meglio cambia orientamento attraverso sempre più decise ditate consumiste a sporcare di kaiten sushi, ristoranti di ramen, pachinko, Yodobashi Camera, Starbucks e McDonald’s.
Per l’appunto all’altezza di Yodobashi (vero titano del commercio tecnologico al dettaglio), scortato da Lara, sventurata biondina ‘mia’ compagna, stiamo decidendo ove piluccare qualcosa che non salti fuori da una finta brasserie in stile mangia escargot. Presi tra la parodia mitteleuropea di pasticcini carini su vassoini di carta plissettata, cioccolaterie assortite di coloranti Jumbo Carioca e caffetterie che mai ospitarono bevande riconducibili ad un espresso.
Fame stuzzicata gusto mortificato.
Mentre parlottiamo sbiancati di neon un figuro ci oltrepassa a lato, inchioda e torna sui propri passi. In un attimo abbiamo davanti un giapponese di mezz’età che con entrambe le mani porge qualcosa a Lara. L’adolescenza vissuta ai bordi di periferia dove i tram non vanno avanti più, insegna che non è mai bene qualcuno si avvicini a più di mezzo metro dalla tua faccia. Un colpo partito da meno di 50 centimetri è un colpo non schivabile. D’istinto mi paro di mezzo con espressione giaguara e l’omino (di omino effettivamente si tratta) richiude le braccia al petto come una lumaca a cui abbiano toccato le antenne. Ma una rapida annusata di sottocoda riconosce in lui un nerd.
“Tranquilli è dei nostri”: il cervello comunica ai miei tre muscoli, che tornano a riposo sfoderando il sorriso ebete del turista curiosone.
“This is a gift for you!”; se potesse fare ridere anche le orecchie avrebbe già provveduto.
Le mani protese a coppa verso la giovine proteggono ciò che a prima vista pare un frammento di mattonella. Ella guarda lui, guarda il dono, guarda me il dono e lui con la faccia di chi ode per la prima volta il rumore d’un proprio peto. Io sto con la testa inclinata come Lassie quando ascolta. Tutto concentrato a squadrare la figura sotto al floscio cappello in tela cachi modello ‘pescatore’, svenuto sul paranaso metallico di grossi occhiali Telefunken 27 pollici. Un folto capello corvino di Marzulliana memoria a cornice del muso stretto ombrato di barba azzurrognola e occhietti lucidi di roditore da corteccia. Il lungo collo incastonato tra le spalle come una tartaruga dopo una frenata brusca affonda nella camicia di flanella verde marcio (flanella cristiddio e io che leverei anche la prima pelle!) a sua volta ben rimboccata dentro blue-jeans scoloriti, giusto d’una taglia sopra la taglia giusta. Immancabile come la sfiga ad un concerto di Masini il giubbottino, sempre modello ‘pescatore’ rigorosamente in tinta col cappello, privo di maniche ma munifico in tasche, zip e anfratti.
Quello che definirò in seguito il Leo Ortolani giapponese trasmette con forza tutto l’archetipo del ‘Geologo’ come la mia mente potrà mai stereotiparlo. Il fatto che l’arcano “A gift for you” sia un frammento di terracotta aggiunge cacio sui proverbiali maccheroni.
Probabilmente stimolato dall’ebetismo sulle nostre facce, incalza d’inglese corretto: spiega come quel coccio detenga la magica proprietà di asciugare le mani o assorbire qualsivoglia liquido col quale venisse in contatto. A corredo della didascalia continua a fregarsi i palmi passando la pietra come fosse una saponetta in mezzo al rincorrersi d’anguille. A questo punto, irrimediabilmente incuriosito, mi spingo fino a prendere tra le dita il mistico artefatto per analizzarlo mentre domando il perché... Ma una volta libero l’Ortolani giapponese ci invita a provarlo appena tornati a casa e detto questo, incorporeo come un kuroko si ritira salutandoci con infiniti inchini e “Bye bye”.
Stolidi come Bue Grasso, stentiamo qualche “Thank you”e “Good Bye” di chi ancora non ha capito cosa l’abbia investito.
Forse che la smania di condividere una cosa strana lo abbia spinto verso due individui insoliti?
Forse che la pietra sia portatrice d’una maledizione da cui è possibile affrancarsi solamente donandola a due fessi?
Forse il sospetto che l’industria ceramica italiana abbisogni d’aiuto tecnologico dall’estero?
Forse che la geologia abbia così disperata urgenza di nuovi accoliti da doverli reclutare tra i turisti?
Forse pazzia? Forse semplice gentilezza?
Cosa spinge un geologo giapponese di mezz’età a fare quello che ha fatto?
Ogni volta che al bagno strofino la superficie ruvida della terracotta sulle mani grondanti acqua, ancora me lo domando.
05 aprile 2012
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