08 ottobre 2012

Persone in Giappone: Sbarboni

Guardando giù il pavimento è lucido, trasparente. I piedi poggiati su estesi vortici arcobaleno che migrano e scivolano l’uno sull’altro come le nuvole e le correnti delle previsioni meteo.
Saponosa, lenta e metodica: la Bolla. Gonfia e cresce.
Arrischia quindi nel trovarsi un impiego e riuscendo s’esalta.
Controlla il suolo: regge.
Una casa e gli impegni che porta rinchiusi nelle stanze.
Ama una donna ed i frutti del suo ventre carichi di aspettative e con tasche piene di oneri.
Mentre cangiano le iridi della sfera ed i colori, la fede verso la tensione superficiale è salda.
Corre il tempo, cresce la bolla. Vengono così la Toyota Cresta, i completi sartoriali e le mazze col driver Taylormade e quella foto sul mobile dell’ingresso dove si sorride tutti e quattro davanti casa.
E’ il 1991: “PLOP!”
E’ complesso senza tecnicismi intuire il concetto di Bubble Economy.
Elementare invece comprendere il valore di tutto ciò che hai di valore ridotto a un terzo in un “Plop!”. Tutto tranne i debiti ed il tempo che occorrerà per saldarli.
Come quando Marvel o DC decidono di punto in bianco che l’attuale universo non è più sufficientemente redditizio e lo spazzano via in pochi volumi di pretesti alieni senza nemmeno l’accortezza di un “Grazie e vaffanculo”.
E ok comprendere, ma accettare è un’altra faccenda.
Non tutti ce la si fa, non tutti si ha la tempra dell’Avanti Sempre e Comunque.
A Tokyo chi non corre più sul tapis-roulant o sceglie di far ritardare la metro o diventa uno di loro: uno Sbarbone.

Sbarbone giapponese_ Simile al più sviluppato Barbone di ceppo occidentale se ne discosta per la peluria facciale assai più parca (da qui la dicitura sbarbone). Inoltre distinguibile in quanto accessoriato di gadget tecnologico o capacità fuori dal comune senso del barbonaggio. Sovente in possesso di pedigree pre-sbarbonico ad alto contenuto professionale.

I
Uscendo dal 7eleven di Hongo sanchome in Tokyo con l’immancabile sportina piena di bomboloni glassati e traditori (tradimento che scoprirai soltanto alle ore 8.00 della mattina seguente quando il gustoso ripieno richiamerà più la senape calda che non la crema pasticcera), teste di panda spumose di pasta al latte o deliziosi tronchi di banana assopiti tra panna e pan di spagna. Dicevo, appena fuori dal combini siedo sulla panchina di legno che come una lingua scheggiata spunta da una grossa fioriera. L’atmosfera modello scafandro sudato m’accoglie mentre mi godo un po’ di quotidianità nipponica. Inforcato con la cannuccia a tre soffietti il mio bicchierone fresco da frigidaire di ‘Caffè Espresso Milano’ (che la Starbucks giura contenere davvero tracce di caffè) aspetto la ciurma persa tra esotiche soluzioni nutritive e gadget.
A pochi passi dal mio pic-nic, su una panchina speculare, si è poggiato uno sbarbone. L’incarnato olivastro e il marcato contorno occhi lo collocano presumibilmente tra le specie provenienti dalle isole Ryukyu e migrate nella capitale in cerca di cibo. La sua livrea è un’abbondante T-shirt su pantaloni funky virati entrambi verso il nero vintage. I Birkenstock a due fasce in cuoio cingono le zampe, ringraziando il cielo, prive di calzini. La criniera scura filata d’argento è lunga e scarmigliata mentre la barba è incolta ma rada e indecisa. L’aspetto complessivo è quello di un esemplare adulto che trasmetta un senso diffuso di scarsa igiene ma tutto sommato di coerenza stilistica. Lungo disteso sulla comodità lignea sembra essere assopito e noncurante del traffico mattutino che nella strada adiacente si fa via via più insistente.
Terminato tutto l’imprescindibile aroma del mio caffè mi alzo ad eliminarne la scorza nella fallace indifferenziata (provate in terra nipponica a gettare uno sguardo nelle budella dei cestini, non tutti hanno tanti stomaci quante bocche).
Ma avvicinandomi al soggetto delle mie osservazioni, Mon dieu! Un filo bianco come la neve scende dal collo sbarbone e corre sulle valli scure della sua figura, sinuoso ed elegante fino a conficcare la coda metallica in un serico ultrapiatto d’alluminio anodizzato... lettore mp3.
All-in di pensieri!!
A dispetto della disfatta sociale la resa di questa creatura non è totale?
C’è un canale da dover tenere aperto, una volontà di legame nei confronti della vita precedente?
Un utero musicale che, chiusi gli occhi riconduce al divano nel proprio appartamento in vece d’una panchina per strada. Avete presente la Mazda P360 di Homunculus? (Se non l’avete presente leggetevi il manga).
Ai margini di uno stato assistenziale non certo indulgente quale quello Giapponese occorre una gomena di salvataggio per quando le correnti saranno propizie al rientro a bordo. Sarà così o sono troppo sentimentale? Sarà così o è soltanto un ubriacone che si gode musica qualsiasi da un mp3 qualsivoglia rubato al signor qualunque?
Forse tendo a sopravvalutare l’etica dagli occhi a mandorla. Forse.
Ma la versione del mio istinto stavolta mi piace più di quella del mio cinismo.

II
Il parco di Ueno è vasto e arboreo specchio vegetale di ciliegi, acquitrini e arterie selciate, puntinato di templi e tempietti e addizionato con Zoo di Ueno.
Dove scimmie invisibili dovrebbero stare in bella mostra nelle loro voliere per primati, ma che con 39 gradi e riflessi ustori dimostrano che l’uomo che le cerca ne discende sì, ma in direzione involutiva.
Dove anziani ricurvi gettano tozzi di pane a carpe stolide. Ammassate a creare un comodo lastricato di scaglie sul quale anatre s’affrettano per fottergli il pane stesso. Giuro.
Dove Lara ed io decidiamo di fare un ‘giretto’.
Sono all’incirca le 13 d’un pomeriggio d’Agosto.
Da bravi collezionisti di colpi di calore.
Nulla togliendo all’idillio di verzura che accompagna la nostra passeggiata, nell’angolino umido dietro la scarpiera che sta nel mio cervello si manifesta il sospetto. Vuoi che questi colori sgargianti, queste luci C.S.I. Miami diffuse e il circondario fluttuante non siano proprio reali? Vuoi che le allucinazioni da insolazione possano alterare goliardicamente la mia percezione del bello?
"Basta, fa troppo caldo! Se non rimediamo mi infilo due carpe sotto le ascelle e una nelle mutande”.
Ci addossiamo ninja al fusto d’un sakura che resina come un camionista alla solfatara di Pozzuoli. Bruciando l’intera scorta di rètine studiamo la cartina sovra esposta dal sole allo zenit.
“Dovrebbero esserci due grossi laghi per di là” esclama il biondo mappiere (il mio invalidato senso dell’orientamento ripone in lei fede cieca). E nell’offuscata ridicola speranza di refrigerio da lago avviamo verso il dito indice che punta l’orizzonte.
Cammina cammina, lo sguardo camaleontico (un occhio avanti uno alla cartina) le si perplime. “Dovrebbero essere qui” dice.
Col vigore del Mottarello fuori frigo, lento giro sul mio asse in una Tolkieniana panoramica.
La lingua di asfalto si allunga diritta dal luogo della nostra venuta verso un vecchio tempio buddista. Sui fianchi verdi distese di larghe foglie brillanti e carnosi fiori rosa. Dei laghetti nessuna traccia.
Laddove la mappa li racconta stanno piante e piante e piante.
Perplessità muta tosta in disorientamento.
Disorientamento non ha tempo di formarsi in scoramento che già scioglie nel salato del sudore.
E veloce come il vento (che non c’è) sono già sulla via facile del ‘fregacazzi’.
Ma non abbastanza veloce.
Un Takeshi Kitano sulla settantina ma più brizzolato e abbronzato fiuta il nostro smarrimento. S’avvicina solido e bonario: “Can I help you?”
Indossa una canottiera stile Mario Brega in fantasia unto e pantaloni verdone di tela sabbiata, ma sabbiata dal sonno sull’asfalto. Non è sciupato nel fisico, presenta anzi quella rotondità soda e percussiva da vecchio maestro di karate. Se non fosse per la ragnatela di rughe da intemperie che gli invade la faccia come un parabrezza sfondato. Se non fosse per l’igiene personale ben al di sotto degli alti standard giapponesi mica lo diresti.
Mica lo diresti che è: uno sbarbone.
Appoggia un gancio di taglia colossale che fa presumere sia, il vecchio, reduce d’un eremitaggio durato eoni, tante le parole mitragliate che ci crivellano. Quello però che mi stupisce ed umilia è la fluenza, la solida padronanza, la competenza nel discorrere inglese. La naturalità della dizione e dell’inflessione mi stringono nell’angolo balbettante rispostucce stentate in disarticolati monosillabi.
Ma di interlocuzioni o conferme pare non abbia bisogno.
Il giapponese medio conosce l’inglese più dell’italiano medio; ma quando lo parla risulta comprensibile ed efficace come l’accento svedese di Fantozziana memoria.
Oggi quello con la patata in bocca sembro io.
Lara è in piena sindrome Bobble Head e con tecnica piccoli passi arretra tentando il disimpegno.
Sono fottuto!
Irrimediabilmente invischiato in un’anglo-nipponica cataratta senile di: politica giapponese, turismo giapponese, sociale giapponese, movida giovanile giapponese.
Occhio pallato, lingua felpata.
Dopo quelli che valuterei dieci minuti di comizio anziano, sto seriamente pensando di togliermi la vita spezzandomi il collo a due mani. Quando percepisco l’avvisaglia d’un rallentamento nella sua logorrea. Una vibrazione nella Forza gli ricorda che pareva fossimo in difficoltà.
“..so, can I help you?”
La disidratazione mi impedisce di piangere; vibrante indico i laghi sulla mappa spiegando che non riusciamo a trovarli in nessun modo. Kitano sbarbone mi guarda come si guarda la scimmia che non toglie la mano dal vaso perché non molla la caramella. Volta la testa verso destra e fa due passi.
Fa DUE passi.
Poggiato allo steccato dell’enorme aiuola accenna con la mano d’avvicinarmi. Obbedisco.
Con l’indice tozzo e scuro punteggia l’aria per due volte indicando verso il basso, oltre la staccionata.
“These are lotus plants”
dice.
“The lake's water is under”
dice.
E osservando l’acqua che lambisce gli steli di loto finalmente riesco a piangere.

III
Personalmente vado ad Akihabara per sfondare di soddisfazione il mio senso compulsivo di acquisti, tempestarlo d’un rush di occasioni che non puoi dire di no che in Italia manco lo trovi o se lo trovi devi scambiarlo con una cornea o dare in pegno la primogenitura.
Diventare cieco nell’approfondire, considerare, esaminare, esplorare, indagare, pesare, sezionare, studiare, sviscerare, vagliare, valutare e basta che www.ilsinonimo.com ha terminato le cartucce.
E cifotico nel caricarmi di soma gravosa ma lieta in cellulosa e pvc.
Nella perdita generale di dignità nazionale che colpisce il frequentatore medio di Akiba trovo un lato scuro e muschioso della natura nipponica che me la rende più tangibile.
Magliette sformate e non camicie inamidate, capelli lunghi, unti e trascurati, non cotonati o ingellati colore moda 2010-2011 mogano-ramato; grasso, sciattume.
Odoro l’afrore di sudore che è raro anche nella metro di punta e la bramosia collettiva del collezionista.
Questa apoteosi del gadget, sintesi del futile, così gravemente estremizzata fino a rendersi indispensabile fino a levare il fiato all’angolo di umanità che in parte mi compenetra e rende simile.
Qui dove si sposa la convinzione che le persone fisiche prima o poi ti deluderanno.
Qui si trova nella compagnia di carta e plastica la sola costante immune dalla disillusione.
Quando ero adolescente e convinto che la ribellione personale mi avrebbe portato lontano e sarebbe stata la chiave di volta per un rinnovamento globale, mia mamma invece diceva: “Tagliati i capelli che sembri un barbone”, “Butta via quei jeans che sembri un barbone”, “Mangia la verdura che sembri un barbone”. Ora non so se il barbonaggio fosse la punta di diamante degli spauracchi educativi secondo mia madre ma quella della verdura non è mai stata ben chiara.
Secondo lei qui all’uscita ‘Electric Town’ della metro sono quasi tutti barboni (io compreso).
Ecco che per distinguersi dalla massa lo sbarbone professionista dovrà quindi applicare il canone di riconoscimento internazionale: “Oh, c’hai 1000 lire?”
Avvicinato da un esemplare endemico di quarantenne approssimazione, il mio senso di ragno anti questua resta insolitamente muto. Perfettamente confondibile tra la fauna lo noto solamente per l’eccessivo accostamento. Lo sconfinamento nel mio spazio vitale che in Italia farebbe decollare i jet ma che la densità per metro quadro Japonica blandisce notevolmente.
In inglese comprensibile mi domanda di dove io provenga e alla mia risposta s’illumina intrecciando le lodi da brochure turistica del ‘Bel Paese’ e sostenendo d’esserci stato tre volte.
Nota bene: è statisticamente provato che a qualsivoglia giapponese lo si domandi avrà visitato l’Italia un minimo di 3 volte; come se facesse curriculum.
Ben disposto dall’affabile loquacità ne assecondo la verve fino ad una repentina virata dei toni che circonda la mia testa di un’aureola ragnesca. Pronto ad assorbire il colpo. Inizia lo sfiancante vortice delle disgrazie e delle giustificazioni sociali che in tutto il globo terracqueo mulinella e gorgoglia fino ad intasare il buco di scarico. Piagnistei e lamenti risolvibili e cancellabili dal semplice frugarsi nelle tasche e ritirarne una moneta.
Ora.
A parte la naturale repulsione per l’elemosina dovuta alla genetica intolleranza e fermo il fatto che poco mi è costato il mutilare il mio budget di 100 yen; c’è l’insofferenza.
L’insofferenza che sia proprio un appartenente al fiero popolo di Yamato a farlo.
Da un europeo l’avrei accettato senza batter ciglio, siamo sempre stati storicamente maestri nell’occulta arte dell’accattonaggio. La nostra formazione cristiana lo consente e giustifica.
Ma il passaggio ideologico da samurai a sbarbone senza passare dal via che il mio immaginario è costretto ad affrontare.
La dicotomia forte tra la figura d’acciaio Masamune e gli stracci Sciuscià che devo metabolizzare in un istante mi disturba.
A nulla giova l’analisi storica di figure come ronin o burakumin a tamponare la pena.
In modo mortificante compro il mio congedo con una moneta...

Gironzolio ed acquisti.

Siam di nuovo all’uscita della metro e nuovamente il mio senso di ragno pizzica.
Un tipo in inglese comprensibile mi domanda di dove io provenga e alla mia risposta s’illumina intrecciando le lodi da brochure turistica del ‘Bel Paese’ e sostenendo d’esserci stato tre volte.
No, non ho copincollato per sbaglio, semplicemente lo stesso sbarbone approccia con la medesima tattica e a memoria reagisco. Poi appena la gag finisce di divertirmi (qualche nanosecondo invero) gli faccio gentilmente notare che sono lo stesso di prima e che......ma appena s’avvede della gaffe inizia il rito da pozzo di petrolio e con infiniti inchini e Gomen nasai ripiegando sparisce oltre il sipario della folla. Bah, vabbè avrò una faccia comune.

Gironzolio ed acquisti.

Avete presente l’uscita ‘Electric Town’ della metro? Ecco siamo ancora qui.
A stare nove ore ad Akihabara giuro che può capitare di ripassarci.
Nuovamente alle prese con l’infame scoglio delle cartine topografiche Lara ed io cerchiamo l’ubicazione del ‘Super Potato Retrogame Store’ (che vi andrete a gugolare che ne vale la pena). Come succede ai MacLeod avverto una presenza familiare, quasi domestica e voltandomi:
il Tipo in inglese comprensibile mi domanda di dove io provenga.
Sempre lui! Sempre ignaro come il Ned Ryerson nel giorno della marmotta.
Ma stavolta trova il barattolo della tolleranza pieno soltanto di sguardi Clint Eastwood e Golgo 13. Il vento dell’amnesia lo abbandona e mentalmente agile come un Bartezzaghi nel pieno possesso dell’idioma scarta. Sostiene: avendoci notato in difficoltà con la cartina è accorso in nostro aiuto ‘Only for help’ come salmodia e risalmodia. Salvato in corner pieno.
Ok allora, facciam buon viso ad ottima paraculata: e che si guadagni i suoi 100 yen!
Al grido di “Super Potato Super Potato” solletichiamo la mappa con gli indici tesi.
Ma volgendoci nuovamente verso il Tizio Sbarbone lui già è svanito...
scomparso come lo spirito del Natale passato...
dissolto in molecole di sudore, carta e pvc.

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