04 febbraio 2016

Persone in Giappone: Cervinia

L – “La guida dice che nel parco di Nara vivono centinaia di cervi in libertà”.

“Seee vabbè, diceva anche che a Fushimi Inari c’erano centinaia di torii in libertà” rintuzzo con la spocchia che il bel tempo asciuga e ripropone nuova nuova.

A – “E infatti c’erano”

“Mpf”.
Al termine della chiosa di mia sorella imbocchiamo il viale lastricato appena fuori la stazione JR di Nara. Un sottopassaggio si apre come fanoni di balena, spropositatamente grande rispetto il contesto ci ingoia ripido e bianco. Piastrellato come immagineresti un immenso cesso pubblico.
Due giocatori dell’Inter ci sorpassano di buon passo: un metro e settanta di Nagatomo e cinquanta centimetri di Yuto (soltanto in seguito scoprirò che Nagatomo e Yuto sono cognome e nome del medesimo difensore). Scampoli d’un Italian style occhio-mandorlato che fa sorridere (fa sorridere anche l’ipocrita che ubriaco a Rimini acquistò la maglia di Nakata). A RIMINI GIESU’!!!  
Sottopassato il sottopassaggio un cinturino d’asfalto accompagna sulla sinistra il nostro viale.
Il sole è gentile, una di quelle belle giornate alla Honey & Clover.
“Oggi è un bel giorno per morire” espiro svuotando i polmoni dall’aria buona.
Incontriamo le prime aiuole ordinate e circolari. Verdi d’erbetta tenera e rasata inglese. Ognuna immancabilmente corredata di cervo.
Languidi occhioni soporosi e mascella inferiore in perpetuo movimento ellissoidale. 
Un’esplosione d’incontrollabile euforia al femminile ci coglie tutti e si assalta squittenti e saltellanti il bramitore. Vezzi, lazzi, carezze e kawaii al quale il soggetto delle giuggiole dimostra essere avvezzo e indifferente. Fermo come solo la madre di Bambi sapeva stare.
Ad esclusione della mascella rotante come a dire che fondamentalmente a lui, di noi, non può fotterne di meno. La madre di Bambi doveva nascere a Nara.
Nel ritrovato contegno cerchiamo di lasciarci alle spalle l’animaletto e muoviamo poco innanzi prima di incontrarne uno nuovo: e via di vezzi, lazzi e carezze.
Ed un altro: e vezzi e lazzi.
E altri ancora a gruppi.
A grappoli.
A branchi.
Stormi di sika (Cervus nippon Temminck) arredano i prati, le aiole, le panchine.
Maschi, femmine, adulti, cuccioli, con corna, senza corna, maculati o tintunita. Ovunque.
Domestici e paciosi come chi sa di essere a casa propria.
“Guarda Bianca...” esordisce mio padre
“Sembra di essere a Cervinia!” e se la sghignazza soddisfatto.
Giurerei in quel momento di aver sentito l’aria raffreddarsi e uno stormo di corvi decollare gracchiando.
“Dico io, ma sono a centinaia!”
L – “Come scritto sulla guida” stocca gongolante.
Ma il suo trionfo brilla breve.
L’inquadratura si fa stretta sull’occhio d’un cervide. Il totem di corna e d’esperienza lo incorona veterano; forse boss della zona. Lo sguardo carezzevole d’un secondo s’affila e s’avvicina. L’aria è ferma, preda dell’inevitabile, gli atomi congelano il loro moto per un istante.
Il grido. Stride acuto e sciabola l’azzurro cielo.
Ci voltiamo tutti, i nervi tirati dai bischeri della sorpresa. Ma è troppo tardi. Le possenti implacabili mascelle stanno oramai triturando inesorabili la loro vittima. Strappata dalle amorevoli mani della sua tutrice la cartina di Nara termina la propria esistenza sfibrandosi morente tra i giallini incisivi rettangoli.
L’abbondante scoppio di risa e sfottò corolla l’evento sdrammatizzando la fine ingloriosa di una mappa ancora intonsa. A nulla vale il temerario intervento di un mezz’età giapponese.
Accortosi della nostra impasse tenta di ricondurre il cornuto a più miti consigli incrociando le braccia al petto (inconfondibile linguaggio gestuale nipponico) in segno di sociale divieto e disapprovazione. Il ruminante se ne infischia.
Il resto della giornata trascorre senza particolari intoppi, abbacinati come siamo dalla bellezza che Nara offre abbondante.
Da carrettini a due ruote, anziani pelle di corteccia spacciano cialde per cervi onde evitare continuino a nutrirsi di pubblicazioni ad uso turistico (i cervi non gli anziani) tosto ci muniamo.

Curiosaggine:
All’interno del Todaiji, il tempio più importante e maestoso della città, è sita una colonna in legno. Un metro è mezzo di diametro approssimativo.
Alla base della stessa è ricavata un’apertura quadrata di circa 25cm di lato che attraversa da parte a parte la polpa lignea del pilastro. Leggenda vuole che (interpretare il virgolettato con voce Gandalfiana) “Solo i puri di cuore saranno in grado di attraversarla”.
Data la ristrettezza del passaggio pare naturale che soltanto un bambino sia in grado di compiere l’atto. Aggiungendo una valenza di puro gusto zen all’adagio fanciullezza-candore.
Ma pare solo.
Il divertente sta nei ripetuti tentativi giapponesi d’un metro e ottanta di passare il buco.
La pervicacia con cui s’infilano spingendo, contraendo in posizioni scomposte e dinoccolate, sudati, svestiti come un Ace Ventura partorito da un rinocerontico sfintere. Feriti nell’orgoglio e nel fisico per l’assurdo cocciuto tentativo di compiere l’impossibile.

Zen 1 Giapponese 0.

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