L – “La guida dice che nel parco di Nara vivono centinaia di
cervi in libertà”.
“Seee vabbè, diceva anche che a Fushimi Inari c’erano
centinaia di torii in libertà” rintuzzo con la spocchia
che il bel tempo asciuga e ripropone nuova nuova.
A – “E infatti c’erano”
“Mpf”.
Al termine della chiosa di mia sorella imbocchiamo il viale
lastricato appena fuori la stazione JR di Nara. Un sottopassaggio si apre come
fanoni di balena, spropositatamente grande rispetto il contesto ci ingoia
ripido e bianco. Piastrellato come immagineresti un immenso cesso pubblico.
Due giocatori dell’Inter ci sorpassano di buon passo: un
metro e settanta di Nagatomo e cinquanta centimetri di Yuto (soltanto in seguito
scoprirò che Nagatomo e Yuto sono cognome e nome del medesimo difensore).
Scampoli d’un Italian style occhio-mandorlato che fa sorridere (fa sorridere
anche l’ipocrita che ubriaco a Rimini acquistò la maglia di Nakata). A RIMINI
GIESU’!!!
Sottopassato il sottopassaggio un cinturino d’asfalto accompagna
sulla sinistra il nostro viale.
Il sole è gentile, una di quelle belle giornate alla Honey
& Clover.
“Oggi è un bel giorno per morire” espiro svuotando i polmoni
dall’aria buona.
Incontriamo le prime aiuole ordinate e circolari. Verdi
d’erbetta tenera e rasata inglese. Ognuna immancabilmente corredata di cervo.
Languidi occhioni soporosi e mascella inferiore in perpetuo
movimento ellissoidale.
Un’esplosione d’incontrollabile euforia al femminile ci
coglie tutti e si assalta squittenti e saltellanti il bramitore. Vezzi, lazzi, carezze
e kawaii al quale il soggetto delle giuggiole dimostra essere avvezzo e
indifferente. Fermo come solo la madre di Bambi sapeva stare.
Ad esclusione della mascella rotante come a dire che
fondamentalmente a lui, di noi, non può fotterne di meno. La madre di Bambi
doveva nascere a Nara.
Nel ritrovato contegno cerchiamo di lasciarci alle spalle
l’animaletto e muoviamo poco innanzi prima di incontrarne uno nuovo: e via di vezzi,
lazzi e carezze.
Ed un altro: e vezzi e lazzi.
E altri ancora a gruppi.
A grappoli.
A branchi.
Stormi di sika (Cervus nippon Temminck) arredano i prati, le aiole, le panchine.
Maschi, femmine, adulti,
cuccioli, con corna, senza corna, maculati o tintunita. Ovunque.
Domestici e paciosi
come chi sa di essere a casa propria.
“Guarda Bianca...”
esordisce mio padre
“Sembra di essere a
Cervinia!” e se la sghignazza soddisfatto.
Giurerei in quel
momento di aver sentito l’aria raffreddarsi e uno stormo di corvi decollare
gracchiando.
“Dico io, ma sono a
centinaia!”
L – “Come scritto
sulla guida” stocca gongolante.
Ma il suo trionfo
brilla breve.
L’inquadratura si
fa stretta sull’occhio d’un cervide. Il totem di corna e d’esperienza lo
incorona veterano; forse boss della zona. Lo sguardo carezzevole d’un secondo s’affila
e s’avvicina. L’aria è ferma, preda dell’inevitabile, gli atomi congelano il
loro moto per un istante.
Il grido. Stride acuto
e sciabola l’azzurro cielo.
Ci voltiamo tutti, i
nervi tirati dai bischeri della sorpresa. Ma è troppo tardi. Le possenti
implacabili mascelle stanno oramai triturando inesorabili la loro vittima.
Strappata dalle amorevoli mani della sua tutrice la cartina di Nara termina la
propria esistenza sfibrandosi morente tra i giallini incisivi rettangoli.
L’abbondante
scoppio di risa e sfottò corolla l’evento sdrammatizzando la fine ingloriosa di
una mappa ancora intonsa. A nulla vale il temerario intervento di un mezz’età
giapponese.
Accortosi della
nostra impasse tenta di ricondurre il cornuto a più miti consigli incrociando
le braccia al petto (inconfondibile linguaggio gestuale nipponico) in segno di
sociale divieto e disapprovazione. Il ruminante se ne infischia.
Il resto della
giornata trascorre senza particolari intoppi, abbacinati come siamo dalla
bellezza che Nara offre abbondante.
Da carrettini a due
ruote, anziani pelle di corteccia spacciano cialde per cervi onde evitare
continuino a nutrirsi di pubblicazioni ad uso turistico (i cervi non gli
anziani) tosto ci muniamo.
Curiosaggine:
All’interno del
Todaiji, il tempio più importante e maestoso della città, è sita una colonna in
legno. Un metro è mezzo di diametro approssimativo.
Alla base della
stessa è ricavata un’apertura quadrata di circa 25cm di lato che attraversa da
parte a parte la polpa lignea del pilastro. Leggenda vuole che (interpretare il
virgolettato con voce Gandalfiana) “Solo i puri di cuore saranno in
grado di attraversarla”.
Data la
ristrettezza del passaggio pare naturale che soltanto un bambino sia in grado
di compiere l’atto. Aggiungendo una valenza di puro gusto zen all’adagio
fanciullezza-candore.
Ma pare solo.
Il divertente sta
nei ripetuti tentativi giapponesi d’un metro e ottanta di passare il buco.
La pervicacia con
cui s’infilano spingendo, contraendo in posizioni scomposte e dinoccolate, sudati,
svestiti come un Ace Ventura partorito da un rinocerontico sfintere. Feriti
nell’orgoglio e nel fisico per l’assurdo cocciuto tentativo di compiere l’impossibile.
Zen 1 Giapponese 0.

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