25 marzo 2014

Any Given Day – rigurgiti cerebrali incontrollabili 5 "CHI TROVA UN AMICO..."

10.03.2014

Sono sempre stato piuttosto geloso della mia solitudine.
Sono sempre stato piuttosto.
Butto su il muso e guardo arcigno non tanto perché sia contrariato…
Ok, rettifico l’ultima affermazione: sono sovente contrariato e mi accendo con un nulla (tipo Mister Furioso) ma è soprattutto un deterrente per l’Altro.
Dove l’Altro è tutti.
Cercare di apparire in pubblico il meno possibile.
Cercare, in pubblico, di apparire il meno possibile: le regole d’oro della mimesi difensiva.
Sguardo torvo e silenzio spinto: il mio saporaccio di Uomo Cimice.
Tanto per contestualizzare, quando ero bambino mio padre amava dipingere.
La sera, dopo dieci estenuanti ore di lavoro immerso in olio e metallo che manco Tetsuo, faceva la doccia, cenava e si ritirava nel salone.
In cucina mia madre stirava fissando con un occhio il televisore, con uno il ferro e con l’altro me come un camaleonte-triclope; io giocavo con il Daltanious.
I 45 giri dei Deep Purple, dei Fletwood Mac, di Jimi traspiravano attraverso le pareti.
Con l’orecchio teso aspettavo una decina di minuti che la sessione fosse cominciata e il livello di concentrazione tale da non disturbare troppo; poi entravo tomo tomo nell’atelier.
La zaffata di trielina e fumo blu di MS aggrediva le mie narici cucciole (Nek cit.), un odore che avrei imparato ad amare. Papà, con la sigaretta penzolante alla Jigen e le orecchie piene di musica trasportava veloce il colore dalla tavolozza alla tela, con una delicatezza che non avrei mai pensato possibile per quelle manone.
Il colore ad olio possiede la magia del 3D come il cinema non avrà mai. Lo spessore notevole che permane sulla tela lo rende quasi un dipinto scolpito. E richiede tempo.
Molto tempo per asciugare, molto tempo per essere sovrapposto l’uno all’altro.
Che ci devi pensare bene a quel che fai.
L’olio è una filosofia all’interno della filosofia del dipingere. Non va bene se hai fretta.
Di tutti i quadri che ha dipinto, giurava e spergiurava papà che nessuno sarebbe uscito di casa prima della sua morte. Di tutti i quadri che ha dipinto solo uno mi aveva rapito, e giuravo e spergiuravo che sarebbe venuto via con me ben prima della sua morte. Il peschereccio lo chiamiamo.
Il peschereccio è uno di quelli interamente di metallo: sei o sette metri di vongolara non di più. Talmente rugginoso che si fatica a distinguere il pallido carta da zucchero della vernice originale. Sta silenzioso in mezzo ad una colata di luce e riflessi di pirite d’un tramonto qualsiasi.
Piantato li solo. Un braccio di mare da chi lo guarda, due bracci dallo sfondo scarsamente umanizzato in lontananza. Nessuno altri che me che sto su quella barca.
Che anche se non dipinto è li che mi sono immaginato guardandolo. Da sempre.
Solo come Bud Spencer sulla Puffin. Niente pappagallo, niente Terence Hill.
Li dove nessuno può fare male. Li dove la solitudine è un obolo piacevole.
Poi la terra ha tremato.
Ed ora ogni giorno sono 80 Km per il lavoro, e sono un bollettario, e la benzina costa 1,70 € al litro, e l’azienda è di rimborsi parca assai.
Così ho Caterina ed ho Rashid.
Ogni mattino, ogni sera; da due anni.
Ad assaltare i bastioni del mio isolamento, a scalfirli a cannonate per guardare dentro se ci trovano quell’umano che s’aspettano.
Alcune volte rido. Alcune volte no.
Mentre il peschereccio rugginoso campeggia sulla parete del mio soggiorno.
Perché alla fine i padri sono buoni e cedono alle disgrazie dell’avere figli come me.

Perché solo Puffin ti darà forza e grinta a volontà!

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