07 dicembre 2018

Marco dagli Appennini alle Ande

Prassi da libro Cuore aprire con dramma famigliare stavolta consumato tra i carruggi di Genova.
Nel 188x Pietro Rossi padre di Marco Rossi (10 anni) dirige così oculatamente una clinica per i poveri da diventare povero. Sic et simpliciter.
Risultato:
il primogenito Tonio rinuncia agli studi;
Marco a lavorare prima e dopo la scuola (il minorile tirava un casino);
la moglie Anna emigra in Argentina.
Il giovane Rossi è però moderatamente dedito al vino (10 anni) e difetta nell’intendere la diretta correlazione tra il ritorno di mammà e la morte per indigenza.
Armatosi d’una caparbietà di travertino s’imbarca quindi.
Solo.
Clandestino.
Di notte.
Con la pioggia.
Ed essendo egli pirla viene beccato subito e costretto a confessare la micropenia del padre (che per compensazione tiene i baffi). Esplicativa la sequenza in cui quest’ultimo, non riuscendo nemmeno ad accendersi la pipa realizza la necessità del ritorno della moglie.
-Sai che c’è Marco?! Vai, va’ da tua madre che sei grande abbastanza (10 anni) per una transoceanica-
E al grido di: -Parto per l’Argentina (2.780.403 km²) senza nessun recapito per cercare la mamma che non scrive da mesi- inizia l’avventura.
“Non è questione d’età capire” sottolineava il buon Tonio.
Marco rischia subito un naufragio (l’esasperazione drammatica è esigenza deamicisiana) e arriva in Brasile, che i voli diretti erano finiti. E poi via sul Rio de la Plata verso l’Argentina, con quel battello foriero di fortuna: l’Andrea Doria (giuro).
Fino alla fine la mamma di Marco latita e non se ne sa, come col micio di Schrodinger.
Il giovane Rossi campione di vessazioni viene borseggiato, ingannato, accusato di accattonaggio, gli muore un asino, rischia l’assideramento (sul campo delle disgrazie la sceneggiatura di Takahata vince per cappotto sull’originale di Edmondo). Tutte perle d’esperienza che affronta con ostinata Italianità, toccando l’acme con un Bella Ciao da taverna coralmente cantato in giapponese (nonché in anticipo di 50 anni).
Anche Marco come Heidi soffre di ventriloquio non petito. E novello Luis Moreno i dialoghi gli sgorgano dalla bocca immobile. Un male tutto italiano di cui già parlammo.
Le ultime 10 puntate sono un compendio di tante piccole traversie centellinate giuste per irritarti i coglioni come una epilazione al pube fatta da uno scacchista. Nonostante questo le altre 42 interpretano con l’Arte d’un Artigiano (Takahata T.V.B.) un racconto di poche pagine scritto a fine 1800. E rendermelo avvincente a 5 anni e piacevole a 40 non è da tutti.
Edmondo non ve la fece.
7/10 TOTAL RECALL POINT

27 novembre 2018

I bon bon magici di Lilly

Lilly è una graziosa novenne cui al primo minuto della prima puntata stirano la madre sotto un’auto. Benvenuti!
Il pool di scienziati preposto all’aldilà però, per compensarle la perdita e tirare avanti con 2 fratellini a carico, fornisce alla piccola 80€ mensili un flacone di bonbon magici.
Ingollandone uno blu cresce fisicamente di 10 anni mentre con uno rosso ringiovanisce di altrettanti... cumulabili come i punti del Sigma. Purtroppo per Lilly non si tratta di Xanax.
Già nel 1972 OSAMU ‘DiodelManga’ TEZUKA propone un excursus introduttivo alla teoria evoluzionistica Darwinista (Lilly combinando i bonbon è in grado di regredire allo stato fetale e rievolvere in altra forma) ed infarina un target prepuberale di un argomento allora innovativo anche per il Giappone: l’educazione sessuale.
Avanguardia in nippolandia = tabù per lo stivale dell’82 (ove tuttora l’evoluzionismo non è plenariamente accettato).
Ma gli italiani non si spaventano e dribblano il problema con la solita classe:
cancellando pervicacemente da dialoghi e situazioni ogni riferimento agli argomenti trattati.
L’effetto è una marmellata inaffrontabile di contesti abortiti e tristemente senza senso. Un adattamento che per evitare l’imbarazzo (e la pubblica gogna da MOIGE chedioliabbiaingloriallinferno) scade nel disagio. Un qualcosa che per la maggior parte del tempo ha valore (e che Valore) solo se guardato in muto.
Ma trasmettere un’altra serie? No??
Seeeee ma all’epoca i titoli venivano acquistati un po’ come le lenticchie a Natale, al chilo. Le bestemmie arrivavano dopo (sempre come per Natale) quando gli adattatori dovevano lavorarci senza oltraggiare nessuno sfaccendato moralista. Per questo saltavano fuori gli abomini.
*Con un doppiaggio coerente la serie avrebbe funzionato alla grande. L’efficacia di quel brighella di Tezuka non è mai stata in dubbio. Era l’82 anche per me e quando Lilly magicamente cresceva rimanendo immancabilmente mezza nuda, laggiù nei meandri più profondi degli anfratti pelvici più remoti che un bambino di 5 anni possa avere…qualche strano movimento si agitava…
*5/10 TOTAL RECALL POINT


La balena Giuseppina

È difficile parlare bene di un soggetto quando le 25 persone che se ne rammentano son già lì, divise tra sopraccigli alla The Rock e ravanate di bassoventre. Spezzo una lancia a favore di questa serie che non obietto essere poco allegra, ma se contestualizzata potrebbe sganciarsi dall’archetipo ‘rasoiata sui polsi’ che si è guadagnata. Del resto trattasi di soggetto  dal romanzo ‘Adiós, Josefina!’ di José María Sánchez Silva. Stesso autore di quel ‘Marcellino pane e vino’ dove nel finale Gesù accoppa Marcellino reo di non aver ponderato bene la richiesta di rivedere la madre…morta.
Qui almeno il giovane Choppy Costa non muore (anche se con quel nome lo desidera forte) ma rimane un introverso bambino di Madrid vittima del freddo isolamento alto borghese, che si rifugia in un amico immaginario. Una balena verde in grado di parlare, volare e cambiare dimensioni a piacere. Giuseppina appunto.
Le fantastiche avventure vissute insieme non hanno nulla da invidiare a quelle oniriche di un Little Nemo, con spunti visionari interessanti purtroppo azzoppati da una cura del disegno e dell’animazione non sempre costante e coerente.

Il buon J. M. S. Silva non si esime nemmeno stavolta dall’esigere il suo tributo di morte e a farne le spese è la nonna di Choppy (manco a dirlo l’unica in famiglia che se lo filava). Ed anche in questo caso il bambino cade nel madornale errore di voler rivedere la vecchina…morta. Fortuna vuole lo chieda a Giuseppina e non a Gesù. Caricato Choppy sul dorso si parte all’avventura attraverso paradiso e inferno (che Dante lo scambiava subito a Virgilio per una balena volante) per salvare l’anima della pacata nonnina. Trovandosi ad affrontare sciami di demoni e Satana stesso, tutti ingrifati dall’anima della vecchia.
Se si riesce (con un po’ di sforzo) ad ignorare la pedante pedagogia cristiana che pervade un po’ tutta la serie, rimane di fatto una storia di formazione e normale disagio infantile. Non ve ne consiglio la visione (la fatica l’ho fatta io per tutti và!) ma volevo stemperare quel costrutto di sfiga unanimemente appioppato al povero cetaceo, più per menomato ricordo che per effettiva colpa.
Ed ora ascoltatevi la sigla finale e il suo devastante tonnellaggio di malinconia.
4.5/10 TOTAL RECALL POINT

Heidi

Gli adattatori italiani hanno sempre conferito eccessiva importanza al parlato.
Con l’assurda convinzione che i bambini non fossero in grado d’intendere il contesto se non spiegato da voci fuori campo o dialoghi interiori assolutamente inesistenti e irritanti.
La narrazione giapponese conferisce la medesima importanza tanto ai PIENI quanto ai VUOTI.
Nell’animazione ben fatta il dialogo è spesso solo corollario.
E l’animazione di Takahata e Miyazaki è Animazione ben fatta.
Questa è un’opera di eccelsa qualità, gentile e avvincente.
Di fatto non raccontando nulla di particolarmente avventuroso se non il quotidiano di un’orfanella sballottata tra contesti sociali e il suo amore per le Montagne. Nessuno sproposito di lacrime e drammi tipico delle opere di formazione coeve. Una storia di personaggi semplici, funzionali e tutto sommato credibili.
Adelaide, o come dicevan quasi tutti Heidi, è un rubicondo marshmallows di 4 anni con l’elasticità mentale tipica del porfido. Si evince infatti maggior disponibilità al compromesso in un dialogo col cane Nebbia che non con una Heidi convinta di qualsivoglia concetto. E Nebbia è un san bernardo che si nutre di lumache.
Il pastorello Peter dorme, mangia e va al pascolo dove dorme, mangia e torna dal pascolo per mangiare, dormire…chi non vorrebbe essere Peter!?
La dolce Clara. L’angioletto azzurro e biondo sulla sedia a rotelle. Si scopre sul finale non essere paraplegica ma soltanto incredibilmente pigra. Il deficit di calci nel culo e l’accondiscendenza della famiglia l’hanno portata al non camminare. Tipo paralitica per inedia. Un’estate in montagna e Hop! Tutti in piedi. Da noi si chiamano falsi invalidi.
Era mia sincera intenzione approcciare la Signora Rottenmeier con l’intento di sfatare il costrutto mnemonico che tutti abbiamo di lei. Giustificarne il comportamento ipercritico contestualizzandolo a ruolo e periodo storico. Illuminarne il livore verso Adelaide (così chiama Heidi) di una luce pedagogica, obsoleta ma pur sempre educativa.
In conclusione è semplicemente una ottusa puttana cattiva come ricordavamo.
Fondali, animazioni, design dei personaggi, colori. Siamo a livelli altissimi in quel lontano 1974 e tuttora ottimi anche per questo 2018 dove la riedizione in computer grafica fa sanguinare orrore da tutti gli orifizi.
Heidi è come sedersi sulle Dolomiti a guardar trascorrere le stagioni. È pur vero che non succederanno grandi cose, ma sarà comunque piacevole.
8.5/10 TOTAL RECALL POINT

Tutti in campo con Lotti

Lotti è un baule adolescente di 1 metro e cinquanta estremamente intraprendente, orfano di padre e con tre fratelli che la madre stenta a mantenere sopra la soglia di povertà. Decide di darsi al golf in quanto disciplina costosamente alto borghese che gli permetterà di salvare la famiglia dall’indigenza. Lotti si chiama Lotti in quanto l’originale Taiyo (sole) sarebbe risultato intollerabile per il bambino medio italiano portandolo presumibilmente alla follia. Avrebbe giustificato il sole rosso stampato sulla pallina (afasica coprotagonista de facto) ma vuoi mettere la capacità di immedesimazione? Chi non ha avuto almeno un paio di Lotti in classe?!
Il nostro parallelepipedo in cardigan è simpatico come un ferro 3 avvitato tra le natiche, per rimanere in ambito di palle e mazze. Chiacchierone, espansivo e pieno di sé come qualsiasi adolescente prodigio che ottenga risultati in un mondo di adulti. Il raccontato è comunque gradevole, fluido e sistematicamente arcade. Con fairways e avversari nella solita logica difficoltà progressiva, ma senza quegli eccessi di sofferenza e martirio tipici dello spokon giapponese (ve lo spiega Wikypedia).
Oltre l’indiscutibile traguardo d’aver reso piacevolmente seguibile (avvincente sarebbe stato troppo) un gioco dinamico come un tombolone la domenica dopo il lesso e la zuppa inglese; è apprezzabile la chiosa divulgativa a fine puntata in cui buffi omarelli spiegano i rudimenti di uno sport misconosciuto ai più.
Indimenticabile l’imprinting per un’intera generazione, che ogni volta troverà a prodursi in uno swing non potrà esimersi dalla ritmica e imprescindibile formula: “Spa-Ghe-Tti!”.
6.5/10 TOTAL RECALL POINT

Nils Holgersson

Nils Holgersson è un ragazzino disfunzionale che nella sua fattoria in Isvezia rincorre oche mulinando un bastone, lapida cicogne, sevizia le mucche e strozza il tacchino (ma nel modo pre-puberale). Inoltre non vuole andare a messa. Gris den jungfru!!
Oggi come oggi avremmo condiviso la sua giornata sui social in un tronfio tripudio di psicanalisi da mercato ortofrutticolo. A chi la Colpa? Chi i Responsabili? I genitori assenteisti impegnati a spaccarsi la schiena nelle campagne norrene dove la terra è dura come ghiaccio e il sole una grazia dalle ore contate? Un complotto degli stessi animali atto a provocare la reazione incontrollata del giovine? Perché le bestie non hanno tentato la via del dialogo?
Ma nella Svezia del 1906 l’opinione pubblica pare non avesse ancora la merda nella testa e Nils era soltanto un piccolo bastardo. Un arrogante Franti lebensborn molestatore di animali.
Commette però l’errore di far girare le balle ad un coboldo intento alla toletta nella fontanella dell’aia. Lo gnomo domestico, piuttosto permaloso, prima rimpicciolisce il bambino alle dimensioni d’una bottiglietta d’acqua e poi abbandona la casa degli Holgersson portando con sé la buona sorte.
E qui al padre di Nils si insinua il dubbio che se lo fosse strozzato lui il tacchino forse…
Ora il piccolo (de jure e de facto) Holgersson si trova da bullo a bulleggiato. Decide quindi di fuggire accollandosi al collo dell’oca domestica Martin, che in un impeto di ribellione adolescenziale ochesca s’aggrega ad uno stormo in migrazione. Tipo ‘Ciao Mà, vado in Erasmus che torno cresciuto’.
Li accompagna il fedele Carrot: criceto/coscienza/grillo parlante d’un Pinocchio scandinavo in legno chiaro.
Iniziano 52 episodi di pura avventura ecologico-formativa. Invasioni di topi, antichi castelli e volpi infide, aquile col padre oca, Oktoberfest di animali. Pare avvincente vero?
Invece no. Invece il ritmo è così lento e adattamento e dialoghi così inadeguati che con il latte alle ginocchia ci ho fatto merenda. Per aumentare il senso di fastidio il tappeto sonoro originale si interrompe ad ogni battuta doppiata; che un master a 2 piste la RAI non se lo poteva permettere.
Produzione crucco-giapponese, risposta dello studio Pierrot ai World Masterpiece Theater della Nippon Animation. Characters design e animazioni sono comunque di buon livello. Musiche di sottofondo totalmente anonime. Risplende invece (Albertelli/Tempera rules!) la sigla italiana, arrangiamento ballad d’una riconoscibilissima ‘I was made for lovin' you’ dei truccatissimi Kiss.
5/10 TOTAL RECALL POINT


Ulisse 31

Siamo nel 31° secolo e gli avvenimenti dell’epopea Omerica che conosciamo svolgono nello spazio, come in tutta la fantascienza eighties che si rispetti.
Anche millenni dopo, Ulisse le ha fatte girare agli Dei e Odissea, un enorme nave a foggia d’occhio, solca la galassia Olimpo alla ricerca della ‘rotta verso la Terra’ (ma senza quella vaccata delle megattere).
Ulisse dicevamo è un novello Barry Gibb dall’imbarazzante scriminatura a manubrio, ma con un ‘gunblade’ laser ed uno scudo di energia retrattile e fichissimo.
Lo accompagnano all’avventura il figlio Telemaco ed il compare robotico No-No, antesignani in raccomandazione e follatura di scroto dei già noti Scott e T-Bob Trekker (#MASK).
Nonché Themys, una ragazzina esper dall’incarnato azzurro a cui gli Dei hanno surgelato il fratello Numayos insieme al resto dell’equipaggio dell’Odissea (evitando agli animatori l’imbarazzo nella gestione di troppa gente).
La storia declina in chiave futuristica avventure e personaggi dell’originale. Quindi Sisifo sposta palle di rifiuti in una discarica galattica (modalità stercorario antropomorfo), Scilla e Cariddi sono un sistema binario di pianeti di fuoco e ghiaccio votati all’omicidio; e via dicendo. Tutti fedeli al minimo comune denominatore dell’incoolarsi Ulisse pur di fuggire la propria pena (alle volte assai meritata) inflitta dagli Dei. Grandissimi figli di Era.
Character design, animazioni (Shingo Araki) e mecha design (Studio NUE) sono di buon livello per tutta la durata della serie; ovviamente dati i nomi nelle parentesi. Curati ed evocativi i fondali à la Moebius. Forse qualche vezzo di troppo per ambienti e costumi, ma ricordiamo essere un prodotto mezzo gianfransuà. Quindi va già di culo che non sgranocchino macarons col mignolo alzato.
Le musiche pendolano tra la Blaxploitation alla Shaft e i Tangerine Dream prima maniera; indubbia l’originalità della scelta ma con risultati che sfiorano frequentemente l’inadeguatezza al momento narrativo.
Un prodotto piuttosto maturo (che ingiustamente da bambino etichettai noioso) dove la compagine ragazzina abbassa tragicamente il pathos ogni 3x2 nell’avido tentativo di allargarne la fascia di pubblico verso l’infanzia. Considerati i suoi 36 anni rimane all’oggi godibile anche per merito della brevità (26 episodi).
6.5/10 TOTAL RECALL POINT

Tom Story

Premetto: il target di quest’opera si aggira tra i 6 e i 12 anni d’età. Ora prendo questa premessa la piego accuratamente in modo da far combaciare i lati per benino e la butto nel cesso.
Questo perché Tom Story porta i suoi 37 anni con rara dignità e freschezza.
Da bambino ne fui così galvanizzato da convincermi che se tanto mi era piaciuta la serie figurarsi quanto il libro blablabla… lessi Mark Twain. Epic fail.
Ovviamente qui nessuno vuol fare le pulci all’opera immortale di Mark; anatema! Sono semplicemente a suggerire che per un bambino contemporaneo tra il non sapere nemmeno chi siano Tom Sawyer e Huckleberry Finn e spararsi 300 pagine scritte nel 1876 può stare una via di mezzo. Questo sono le 49 puntate in analisi.
La sceneggiatura è degna figlia dell’opera originale, strutturata per portare a termine l’episodio o la sequenza di puntate in maniera frizzante e divertente. Manate di robe fighe da regazzini: pirati, mongolfiere, isole misteriose, cowboy armati, case infestate, morti finte, morti vere, morti violente, monete d’oro. Silos di emozioni forti: primi amori, abbandoni e solitudini, gioia estrema, terrore puro (L’Indiano Joe è una presenza che tuttora mi turba).
Animazione, fondali, colori e character design sono sempre di buona qualità dall’inizio alla fine.
Tom e Huck sono personaggi credibili che fanno cose incredibili. Sono i bambini che un adulto sarebbe potendo viaggiare a ritroso nel tempo.
E poi se sei un cartone animato che si presenta con una sigla scritta ed interpretata dal Banco del Mutuo Soccorso non puoi fare altro che sedimentarti nel mio profondo.
Consigliato agli aventi figliolanza per riequilibrare il PH digitale dei propri proli.
8/10 TOTAL RECALL POINT

Starzinger

L’incipit è semplice: il Grande Pianeta al centro dell’universo non distribuisce più equamente l’Energia Galattica e le provincie iniziano a degenerare (gridando al federalismo).
Così la Principessa Aurora dagli intensi occhi blu (il blu del vuoto siderale che custodisce in testa) parte alla volta di Roma del Grande Pianeta per ripristinare le cose, a bordo dell’astronave dall’umilissimo nome di ‘Regina del Cosmo’.
Or dunque subito tutti in fila per pigliare a schiaffi Aurora e scongiurare il ritorno della monarchia. Dall’azzurro uomo-pipistrellone con le recchie pelose, al gineceo simil-Mazoniano (di Harlockiana memoria) dominato dalla regina Lacet, con la magrezza e le occhiaie dell’eroina…quella da siringa.
Ma Aurora non è sola. Si porta appresso un pesante ritardo mentale e tre valorosi cyborg.
Jan Coog. Dalla bellezza selvaggia e le basette importanti è un duro, anzi un durone. Infatti è stupido come un sasso e sempre pronto a menar le mani con chiunque. Tanto che la Principessa lo tiene a bada con un diadema che a comando gli stritola il cranio. A dimostrazione che, dove stai stai, una donna sarà sempre in grado di procurarti un doloroso cerchio alla testa.
Don Hakka. Il ciccione bontempone pasticcione che richiama il suo Starbood col disco telefonico sul pancione ancora mi fa sorridere. Ma non per 73 episodi.
Sir Gorgo. Lo scienziato segaligno coi piedi a papera e i computer a nastri forati, che nel 1978 il futuro se ne fotteva dello spreco di carta.
E così, al grido di “Non bisogna uccidere nessuno”, Aurora assiste stolida alla distruzione di colonie e al genocidio di intere razze prima che le candelette si scaldino e le facciano partire il diesel del comprendonio. E nonostante il Giavellotto Astrale e surfare lo Star Crow siano ancora UARRRAAHH!! come una volta, possono poco a carneficina compiuta.
Il maestrissimo Matsumoto con Starzinger reinterpreta il testo ‘Viaggio in Occidente’ enfatizzando la degradazione delle creature che smarriscono la luce del Buddha. E l’impresa eroica atta al ripristino di quella ‘Energia Galattica’ che riporta tutto alla condizione primigenia di quiete. A ben guardare però con la latitanza del Grande Pianeta non tutti sono mutati in forme mostruose. Alcune specie hanno acquisito una coscienza più sviluppata e progredita, altre sono addirittura passate dallo stato vegetale a quello senziente. E questo ripristino coatto pare voler dire: vabbè ‘miei cari inferiori’ vi siete evoluti troppo a minchia. Facciamo che eliminiamo la causa così tornate a involvervi buoni buoni va’.  Forma mentis molto tipica di alcune radicate istituzioni nostrane “Fu*k Evolutionism!”.
L’opera è ancora oggi di buon artigianato. Non si può dire lo stesso per la sceneggiatura che spingendosi oltre i 70 episodi si costringe ad allungare il brodo con dinosauri..fino ad un pianeta di adoratori di Satana. In una space opera? Ma anche no.
Messaggio agli adattatori: adattare la definizione ‘Buco nero’ a ‘Punto nero’ trasforma la magia dell’ignoto nel disgusto del sebo.
7/10 TOTAL RECALL POINT

agevoliamo l'immagine in cui Jan tocca una minna alla principessa:

Appuntamento al Cinema

- Ami il cinema? –
- Aaaaahhh il Cinema! L’alchimista sapiente che miscela due tra le sensazioni che prediligo: la finzione scenica e il buio -
- Ci vai spesso? -
- Assolutamente mai -
- In che senso? -
- Nel senso che questo mio amato è purtroppo vittima della più devastante pandemia a memoria d’uomo: l’Uomo appunto.
E le declinazioni che ne assume in sala:

IL RUMINANTE: l’affetto da fame atavica. Non concepisce spettacolo se non arrangiato dal bordone di mascelle in movimento. Afflitto dal patema della scarsità di provviste per il Ruminante non esistono fustini di popcorn troppo grandi, soltanto porta bibite troppo stretti. È una macina inesorabile che siede, apparecchia e attacca armonizzando l’apertura dei sacchetti alla dinamica del girato. Con orgoglio sincronizza il crepitio più disturbante della busta più rumorosa al più sublime pathos. Ogni volta m’auguro il prossimo crepitio sia quello delle arterie che lo salutano.

IL RITARDANTE: è il principe dell’Arrivo Quando Voglio Che Tanto M’aspettano. E c’ha pure ragione in sto maledetto paese tutela idioti. ‘Attendiamo qualche istante chi manca, i Signori in sala possono ottimizzare questo tempo ponderando quanto siate minchia a presentarvi puntuali’.
Ed ecco lo splendido. Cinque, dieci minuti di ritardo (non solo temporale). Entra con la faccia del ‘tranqui eccomi, possiamo cominciare’. Tante cinquine, ma tante cinquine che il commercialista mi fa ‘spè spè che mi sto perdendo’.

IL SUSSURRO: convinto di emettere ultrasuoni il Sussurro salmodia un brusio costante di opinioni irrinunciabili e irrimandabili soffiate con la mano a conchetta davanti alla bocca. Baluardo insormontabile per le onde sonore. Dotato del buffer di un 286 e fiducioso d’un superpotere che gli permette di parlare senza essere udito non concepisce il listare gli argomenti da enunciare una volta terminata la proiezione. E’ un vincente da tutto e subito. Tanto chi vuoi mai lo senta in una sala strutturata per l’espansione del suono, buia e piena di gente concentrata?

IL LAMPO: l’altro scienziato dai superpoteri. In grado di accendere e spegnere lo schermo del cellulare così velocemente da non impressionare le retine. Così indispensabile al corso degli umani eventi che gli è d’obbligo non distaccarsi dal social per più di quindici minuti. Colui a cui auguro un attacco epilettico ad ogni lampo che balena nell’oscurità.

LO SCATTISTA: quando (secondo lui) il film è da considerarsi ragionevolmente concluso, al primo nero sullo schermo scatta in piedi ritto come in barriera. E ancora nella semi oscurità guarda di recuperare le sue misere cose. Titoli di coda? Scene aggiuntive? Colonna sonora? Non hanno valore per colui che si muove così rapidamente. Per chi ha la missione vitale di iniziare più velocemente possibile la prossima cosa che dovrà non capire.

L’OSPITE: è il titano della sventura. Il colosso dell’ego che non ne conosce il significato. Lui sta a casa sua quindi arriva quando arriva e siede dove gli pare. Le indicazioni sul biglietto sono roba del cinema.. non interessano. Se il titolare avesse poi l’ardire d’una spiegazione del concetto di prenotazione l’Ospite si sposterebbe lesto, per quel senso di fastidio che gli provoca il cervello quando stimolato. Ma sottolineando il munifico gesto con manifesta sufficienza.
Accampatosi peggio del Ruminante, tolte le scarpe armeggia con lo smartphone fino alla prima battuta pronunciata. Se fosse un film muto guarderebbe facebook per tutta la durata senza darsene. Che comunque trailer e titoli di testa non sono parte dell’intrattenimento. Il 52 pollici che ancora chiama telefonino non si silenzia né tantomeno si spegne anzi. Se squilla risponde pure il bastardo, poiché lui sta a casa sua. Commentatore infallibile ma più epigrafico del Sussurro, le sue verità vanno assunte come dogmi imprescindibili. Questo compendio dell’esecrabile comportamentale altro non può fare che ardere nel Sole.
Però il Cinema mi piace.

17 febbraio 2017

Bravestarr

Chi era convinto che il più famoso tutore della legge nativo americano fosse Bobby Sixkiller dovrà ricredersi. Infatti già dal 1988 lo Stivale aveva fatto la conoscenza di Marshall Bravestarr. L’indiano col codino super zingaro che svolge funzioni di sceriffo (Marshall appunto) in questo pianeta X (non la Terra) in una galassia Y (non quella della Terra).
Una serie animata Statunitense con un nativo che fa lo sceriffo e non il cirrotico inserviente di casinò?? Pare poco plausibile. Già, ma qui siamo nello spazio e nello spazio nessuno può sentirti gridare ‘WTF!’
Qui Bravestarr difende i buoni dalle malefatte di Tex Hex (un anziano cowboy viola con baffoni e congiuntivite) e della sua banda di scappati di casa, grazie ai poteri animisti degli spiriti. Che in comodato gratuito gli forniscono la vista del falco, la forza dell’orso, la velocità del puma, l’udito del lupo e la curiosità del delfino.
Lo aiuta Trenta-Trenta, il migliore amico/cavalcatura (no sexual implication) di Bravestarr. Che oltre avere il nome di un Winchester spacca il culo anche pettinato come la Spagna di easy lady.
Le femmine della serie sono tutte supertope, pure quella serpentina che pare una verde cinese al botulino. Mentre le moto volanti a forma di vacca robot sono tra i mezzi peggio riusciti dell’intero pantheon fantascientifico di sempre.
Animazioni buone ma sbilanciate. Abbondanti primi piani e fermo immagine in pose da culturista indugiano troppo a lungo, per compensare la spesa in movimenti iperfluidi figli dell’animazione a passo 1 U.S.A.
La storia non è esente da sbadigli ma nemmeno un arcade puro. Viene in aiuto il fatto che di 65 episodi prodotti, soltanto una ventina si trovano scaricabili in italiota.
Anche Bravestarr, come i colleghi FILMATION, buca la quarta parete ad ogni finale per la moralona mentre 30 30 si lucida la canna del fucile (no sexual implication).

Consigliato a chi si sciroppa ogni declinazione del western o vuole imprintare i figli per future serate Django.

6/10 TOTAL RECALL POINT

M.A.S.K.

M.A.S.K. ha protagonisti adulti con maschere (ma senza cose di sesso in ville signorili) dai poteri super fighi che guidano mezzi asscrasher che ti tirano fuori motoscafi dalle jeep, cannoni laser dalle marmitte (che manco a Rovigo) o elicotteri da motociclette. Tutti ordinatamente parcheggiati dentro le strisce, nella base segreta, incastonata in una montagna e dissimulata da stazione di servizio. Con pompe di benzina che diventano anch’esse cannoni laser (per prima la sicurezza).
Il Comando Mobile Armato M.A.S.K. che ha agenti dormienti in tutto il territorio U.S.A. si prodiga per sventare i piani dell’emulo malvagio VELENO. Gruppo di ladri ugualmente dotati di maschere (what a twist!), mezzi con laser che spuntano anche dall’accendisigari e malvagità distribuita. L’opera ha tutto quello che serve per incollare un ragazzino medio e svenarne i genitori di giocattoli magnifici. E per magnifici intendo da accarezzarli piangendo tutt’oggi (fidatevi, che ci ho ancora gli occhi umidi).
Le trame? Rigorosamente episodiche, incredibilmente esistenti. Non si grida certo al miracolo machiavellico, ma stanno in piedi con dignitosa semplicità per quei 20 minuti che permettono ai mezzi di trasformarsi e alle maschere di sparare figaggini. Insomma di fare quello che ci si aspetta facciano.
L’unico disprezzabile abominio di M.A.S.K. è figlio dell’errato concetto che se in un qualsiasi medium non ci infili un bambino i bambini non saranno in grado di immedesimarsi. Ora miei cari sceneggiatori, vi assicuro che ora come allora è una puttanata. Dal piccolo mangiatore di Bucaneve con latte e Sprint che fui, all’alcolista di Poretti 6 luppoli che sono, vi assicuro che il raccomandato Scott Trekker (figlio del comandante/mecenate di M.A.S.K.) e il suo robot a forma di ovulo di cocaina T-Bob, sono la coppia più sfondapudende e sciabolascroto si possa pensare di inserire.
Cifra stilistica che tiene per le manine tutte le produzioni americane dell’epoca: lo spiegone con la MORALONA finale (che dopo G.I. JOSE’ ha assunto tutt’altro spessore).

Consigliato a chi nel traffico schiaccia pulsanti invisibili per laserare quelli davanti.

6.5/10 TOTAL RECALL POINT

Ruy, il piccolo Cid

Ruy, il piccolo Cid. 1983 (pour l’Italie).
Misconosciuti 26 episodi ove si narra la gioventude di Rodrigo Diaz futuro Conte di Vivar, o come dicevan tutti Ruy (che fa ancora più zingaro del già gitanissimo Rodrigo).
La storia rispetta i canoni della commedia di formazione, seguendo il futuro Lancillotto iberico dalla coraggiosa irriverenza, all’avventure che lo forgeranno come Cid Campeador. Dall’abbandono di madre e fratelli tisici, spediti al mare per respirare aria iodata (e Ruy a casa col padre). Alla partenza del babbo, militare di carriera, richiamato in servizio dal proprio re (e Ruy spedito in monastero).
Al che all’imberbe Rodrigo iniziano (oltre che a schioccare le nacchere) a mancare alcuni riferimenti formativi base e nonostante l’innata impavidità le sue gesta vengon prese sempre a marachella.
Dal far dormire un ciuco in chiesa (capirai uno più uno meno) fino allo sfanculare il monastero per darsi al globetrotting cavalleresco in giro per la Castiglia (lo vediamo nell’immagine di repertorio mentre cavalca il priore).
Prodotto indubbiamente per bambini under 10, conserva una dinamicità nelle situazioni che lo rende un piacevole e stimolante esponente di quel genere, oggidì tristemente dimenticato, che è l’epica cavalleresca.

Consigliato a quei bambini per cui ogni bastone diventa spada.

6/10 TOTAL RECALL POINT

Juny Peperina Inventatutto

Juny (Jun in originale che nulla può essere tronco sul suolo italico) Peperina Inventatutto (e Porcatroia) è figlia di Gustofino e Placida Nonomiya (nomi propri tipici della regione del Kanto).
La ragazzina con spiccate doti ingegneristiche, nonostante l’età da scuole medie riesce a frequentare ‘addirittura’ le superiori, saltando le classi 2 a 2 come i bambini con le mamme intraprendenti.
Poi del fatto che abbia già costruito due automi-testicolo (e gonadi slasher) e che invece d’essere spedita al M.I.T. nel tempo di un blip stia a lavorare a nero nel ristorante dei suoi, fondamentalmente fregacazzi a nessuno.
Il fulcro qui è l’amore. L’ammore vero. Quello che la geniale acondroplasica prova per Niko (giesù pure la K).
Niko Zero (vabbè).
Tamarro indisponente, acconciato come il Ramazzoti di periferia, scroccone e stupido come un sasso. In fissa con la moto e in scala 3:1 con Juny (che stacca di testa esattamente in zona pubica).
Quindi dicevamo l’ammmore verissimo per questo badboybiker, standard del desiderio femminile-adolescenziale, che viene portato avanti per 45 puntate vomitanti brillantezze pastello e riccioli di memoliana memoria.

Consigliato ai dismorfofili e alle età cerebrali under 12.

5/10 TOTAL RECALL POINT

Daltanious

Rimarcando l’assunto che rimane un robot fichissimo con tanto di balestra, testa di leone vomitante spada fiammeggiante, combinabile e (una volta tanto) non pilotato da 5 stereotipi coglioni. Sorvolando sulla mascherina da scambista e che ancora non mi spiego cosa c’azzecchi la croce moschettiera di D’Artagnan. Daltanious (Darutanias in giappo e da qui l’assonanza) è frizzante e fruibile anche a 34 anni di distanza (1981 in Italia). Carico di ‘What a twist’, pur rispettando i canoni classici dello scontro tra civiltà interplanetarie, introduce la figura interessante del Kagemusha (guardatevi Wikipedia). Nella fattispecie cloni biodroidi atti a pezzi di ricambio usa e getta che l’illuminata civiltà di Helios (i ‘buoni’ della cumpa) creano e sfruttano a beneficio dell’aristocrazia. Poi a questi gli girano e si ribellano eccetera. Quindi: buoni un po’ pezzi di mota, cattivi ma con lo scusone, insomma toni di grigio che aiutano molto lo scoppiettio sul finale.

Consigliato agli amanti delle lame boomerang.
7/10 TOTAL RECALL POINT

Isabelle de Paris

Fintanto non mi è ricapitato sotto il naso zappando nell’internet, non avevo che vaghi ricordi di ‘Isabelle de Paris’ (1979). Ed è piuttosto strano considerando che in una Parigi del 1870 gli sgherri sono ninja, il primo ministro sfoggia un incarnato verde StabiloBoss e la protagonista viene inseguita fino a Londra dal mostro di Frankenstein. Tutti elementi che avrebbero dovuto scarificarmi la corteccia cerebrale ad imperitura memoria.
Sarà stato il ritmo sfrangigonadi nonostante le sole 13 puntate?
L’animazione ridicolmente statica (olè l’ossimoro)?
O l’infilata di WTF da fiato corto?

Consigliata solamente la puntata finale ove i parigini tutti, intercettano proiettili col torace come trasmutati lemming mangialumache.
3/10 TOTAL RECALL POINT

Anna dai capelli rossi

Anna dai capelli rossi è una serie che nonostante la lunghezza (50 episodi) e sporadici cali d’andatura, (parliamo comunque di un anime del 1979 che traspone un romanzo del 1908) rivistala con gli occhi vecchi mantiene dignitosamente la qualità che si ricordava. Ottimi fondali e design, buone le caratterizzazioni dei personaggi e discreto il ritmo dell’opera.
L’adattamento italiano ha trasferito tutta la vicenda in Inghilterra perché il Canada faceva brutto, ma vabbè.

Consigliato per gli amanti del classico, i feticisti del grembiule e i professionisti della formazione.

8/10 TOTAL RECALL POINT

04 febbraio 2016

Persone in Giappone: Cervinia

L – “La guida dice che nel parco di Nara vivono centinaia di cervi in libertà”.

“Seee vabbè, diceva anche che a Fushimi Inari c’erano centinaia di torii in libertà” rintuzzo con la spocchia che il bel tempo asciuga e ripropone nuova nuova.

A – “E infatti c’erano”

“Mpf”.
Al termine della chiosa di mia sorella imbocchiamo il viale lastricato appena fuori la stazione JR di Nara. Un sottopassaggio si apre come fanoni di balena, spropositatamente grande rispetto il contesto ci ingoia ripido e bianco. Piastrellato come immagineresti un immenso cesso pubblico.
Due giocatori dell’Inter ci sorpassano di buon passo: un metro e settanta di Nagatomo e cinquanta centimetri di Yuto (soltanto in seguito scoprirò che Nagatomo e Yuto sono cognome e nome del medesimo difensore). Scampoli d’un Italian style occhio-mandorlato che fa sorridere (fa sorridere anche l’ipocrita che ubriaco a Rimini acquistò la maglia di Nakata). A RIMINI GIESU’!!!  
Sottopassato il sottopassaggio un cinturino d’asfalto accompagna sulla sinistra il nostro viale.
Il sole è gentile, una di quelle belle giornate alla Honey & Clover.
“Oggi è un bel giorno per morire” espiro svuotando i polmoni dall’aria buona.
Incontriamo le prime aiuole ordinate e circolari. Verdi d’erbetta tenera e rasata inglese. Ognuna immancabilmente corredata di cervo.
Languidi occhioni soporosi e mascella inferiore in perpetuo movimento ellissoidale. 
Un’esplosione d’incontrollabile euforia al femminile ci coglie tutti e si assalta squittenti e saltellanti il bramitore. Vezzi, lazzi, carezze e kawaii al quale il soggetto delle giuggiole dimostra essere avvezzo e indifferente. Fermo come solo la madre di Bambi sapeva stare.
Ad esclusione della mascella rotante come a dire che fondamentalmente a lui, di noi, non può fotterne di meno. La madre di Bambi doveva nascere a Nara.
Nel ritrovato contegno cerchiamo di lasciarci alle spalle l’animaletto e muoviamo poco innanzi prima di incontrarne uno nuovo: e via di vezzi, lazzi e carezze.
Ed un altro: e vezzi e lazzi.
E altri ancora a gruppi.
A grappoli.
A branchi.
Stormi di sika (Cervus nippon Temminck) arredano i prati, le aiole, le panchine.
Maschi, femmine, adulti, cuccioli, con corna, senza corna, maculati o tintunita. Ovunque.
Domestici e paciosi come chi sa di essere a casa propria.
“Guarda Bianca...” esordisce mio padre
“Sembra di essere a Cervinia!” e se la sghignazza soddisfatto.
Giurerei in quel momento di aver sentito l’aria raffreddarsi e uno stormo di corvi decollare gracchiando.
“Dico io, ma sono a centinaia!”
L – “Come scritto sulla guida” stocca gongolante.
Ma il suo trionfo brilla breve.
L’inquadratura si fa stretta sull’occhio d’un cervide. Il totem di corna e d’esperienza lo incorona veterano; forse boss della zona. Lo sguardo carezzevole d’un secondo s’affila e s’avvicina. L’aria è ferma, preda dell’inevitabile, gli atomi congelano il loro moto per un istante.
Il grido. Stride acuto e sciabola l’azzurro cielo.
Ci voltiamo tutti, i nervi tirati dai bischeri della sorpresa. Ma è troppo tardi. Le possenti implacabili mascelle stanno oramai triturando inesorabili la loro vittima. Strappata dalle amorevoli mani della sua tutrice la cartina di Nara termina la propria esistenza sfibrandosi morente tra i giallini incisivi rettangoli.
L’abbondante scoppio di risa e sfottò corolla l’evento sdrammatizzando la fine ingloriosa di una mappa ancora intonsa. A nulla vale il temerario intervento di un mezz’età giapponese.
Accortosi della nostra impasse tenta di ricondurre il cornuto a più miti consigli incrociando le braccia al petto (inconfondibile linguaggio gestuale nipponico) in segno di sociale divieto e disapprovazione. Il ruminante se ne infischia.
Il resto della giornata trascorre senza particolari intoppi, abbacinati come siamo dalla bellezza che Nara offre abbondante.
Da carrettini a due ruote, anziani pelle di corteccia spacciano cialde per cervi onde evitare continuino a nutrirsi di pubblicazioni ad uso turistico (i cervi non gli anziani) tosto ci muniamo.

Curiosaggine:
All’interno del Todaiji, il tempio più importante e maestoso della città, è sita una colonna in legno. Un metro è mezzo di diametro approssimativo.
Alla base della stessa è ricavata un’apertura quadrata di circa 25cm di lato che attraversa da parte a parte la polpa lignea del pilastro. Leggenda vuole che (interpretare il virgolettato con voce Gandalfiana) “Solo i puri di cuore saranno in grado di attraversarla”.
Data la ristrettezza del passaggio pare naturale che soltanto un bambino sia in grado di compiere l’atto. Aggiungendo una valenza di puro gusto zen all’adagio fanciullezza-candore.
Ma pare solo.
Il divertente sta nei ripetuti tentativi giapponesi d’un metro e ottanta di passare il buco.
La pervicacia con cui s’infilano spingendo, contraendo in posizioni scomposte e dinoccolate, sudati, svestiti come un Ace Ventura partorito da un rinocerontico sfintere. Feriti nell’orgoglio e nel fisico per l’assurdo cocciuto tentativo di compiere l’impossibile.

Zen 1 Giapponese 0.

03 febbraio 2015

Any Given Day – rigurgiti cerebrali incontrollabili 11 'GREAT BALLS OF FIRE'

Sapete cos’è il Pachinko? Il Pachinko è un gioco da sala d’origine Giapponese morfologicamente assimilabile ad un ibrido tra una slot machine ed un flipper. Nel Pachinko una pioggia di sferette d’acciaio lucide come mercurio cade ininterrottamente dall’alto del piano verticale verso due feritoie poste in basso. Una delle due consegna le sfere accumulandole in una bacinella di moplen che riempiendosi attesta al mondo quanto sei stato bravo a fare la scimmia, l’altra le reimmette nell’eterno samsara del sistema.
Uno scroscio fragoroso e inarrestabile di metallo rimbalzante che scontrandosi, picchia rimbalza salta devia scarta cozzando un pandemonio d’ostacoli in chiodini curve tamponi luci lucine lucette curve baratri piani e ristagni. Un’ensamble da attacco epilettico riccamente farcito di colori e immagini aerografe, animate, digitalizzate. Inferno cacofonico di jingle, musichette, bling! bip! ding ding ding! che con criminale approssimazione gli occidentali chiamano flipper verticale. Nulla di più semplicistico e concettualmente inadeguato. Se nel flipper l’azione umana ha ruolo determinante sul corso degli eventi e nonostante le variabili aleatorie implicite nella forma gioco è, in conclusione, l’individuale capacità a definire durata e risultato. Nel Pachinko non va così. Le sfere si suicidano come lemmings (nota bene: in realtà il suicidio di massa dei lemmings è una mistificazione originata da diseducativi documentari naturalistici Disneyani) modificando di continuo la traiettoria, e alcune e solo alcune passano per il centro dello schermo. Centro nel quale è posto un pomello manovrabile dal giocatore per deviare il flusso verso destra o verso sinistra. Questo darebbe la sensazione che il libero arbitrio o la destrezza possiedano intrinseca rilevanza nel corso degli eventi. Mentre in realtà, proprio per il fatto che l’azione umana è sita nel centro dello schermo, si avrà in seguito la restante metà a vanificare la scelta personale con il ripetersi di chiodini curve tamponi luci lucine lucette curve baratri piani e ristagni. Ora ditemi a cosa gioca dio?

16 maggio 2014

Any Given Day – rigurgiti cerebrali incontrollabili 10 "CROCEVIA DELLA MORTE"

Sono per strade dritte e sgombre. Sono per strade che se proprio svoltano,
se proprio prendono una direzione altra,
la seguono lenta.
Per curve amplissime che mi abituino all’idea di un altro orizzonte per poi gradualmente acclimatarmi alla novità nel tempo stesso che la sto percorrendo, la novità.
Un tempo lungo.
Sono per sentieri ergonomici e non trafficati, quelli tuttalpiù da due persone per volta.
Sia che s’incrocino, sia che si superino, sia che camminino appaiati.
Sempre solo due per volta.
Le vie trafficate sono stimolanti d’alternative.
Le vie trafficate sono caotiche, destabilizzanti, pericolose.
I sentieri che percorro hanno ai lati sconfinati spazi di taiga russa e immutabili wasteland smeraldine come brughiere scozzesi.
Dove gli elementi impiegano il giusto tempo tra l’essere avvistati e portarsi a tiro di sputo.
Se non fosse così fuggirebbero incompresi e sottostimati.
Quando voglio che tutto mi attraversi come un fulmineo fondale di Pollock vado in moto.
Ma se cammino desidero che chi incontro lasci un po’ del suo odore tra i miei capelli.
Poi esiste l’elemento viabile più terrificante.
Il Bivio.
E non quell’abominio di trasmissione con Enrico Ruggeri che metteva di fronte gli ospiti a fottutissimi ‘What If’ della loro vita quando il ‘What If’ più ragionevole era di domandarsi cosa sarebbe successo se Ruggeri fosse rimasto nei Decibel.
E cioè che non avrebbe condotto una baracconata imbarazzante per lui per gli altri per tutti.
Il Bivio non ti da alternative.
Obbligato ad una scelta.
Come quel minigioco della Wii con i carrelli ferroviari che a cadenza regolare devono buttarsi a sinistra, destra o dritto. Se sbagli inesorabilmente ti sfracellerai contro una barricata di fine binario tra lamiere contorte frantuma ossa e assi scheggiate che lacerano carni (magari non proprio così slasher ma ci siamo capiti).
I bivi li vivo così. Con l’angoscia di non sapere quale sia la scelta giusta.
Con l’orrore dell’irrimediabile. Con l’irritazione del non poter stare fermo, del non potere procedere tra i due sentieri anche a costo di spezzarmi le dita. O farmi sanguinare le unghie scavando disperato per unire le alternative in quell’unico sentiero percorso fin’ora.
Il bivio è un’imposizione malvagia e incontrollabile atta a farmi incazzare.

17 aprile 2014

Any Given Day – rigurgiti cerebrali incontrollabili 9 "TUAILAIT SON"

17.04.2014

Che lo sappiamo tutti che l’universo mondo è pieno di cose strane. Alcune spaventose, altre sconcertanti, altre ancora semplicemente strane. Tutto dipende dal giudizio personale dell’osservatore, dalla sua forma mentis e dal livello di stranezza a cui ha allenato la propria esistenza.
Parlavo qualche giorno addietro con un tale mio conoscente, che chiamerò per puro gusto di immedesimazione Tancredi (a voglia essercene di Tancredi, un nome che pare un cognome).
Anzi chiamiamolo proprio Tancredi Tancredi.
Tancredi Tancredi: segaligno e riccioluto portatore di tascapane parla raramente, ma come gran parte degli afasici quando lo fa è perché ha qualcosa da dire.
Come se comprimesse tutte le parole in bocca aumentandone la densità di significato per centimetro quadrato, e rilasciandole come un Air Bazooka© di epigraficità.
Parlavo con Tancredi Tancredi di fobie e paure. E dopo l’elenco delle scontate (io ho il terrore dei ragni), nel momento di silenzio che donavo al mondo ristorandomi la bocca con un sorso di Laphroaig, ecco l’apertura:
“Io avrei paura di trovare una gallina in casa”.
Ora. Personalmente vado fiero della proprietà magnetica di attirare a me casi umani e border line. Un grande potere da cui derivano grandi responsabilità.
Ma a volte fatico.
“Sviluppa” gli intimo.
Affaticato dal suo stesso afflato e contrariato di dover aggiungere altro a quello che a parer suo era già lapalissiano, sviluppa.
“Considera un contesto piuttosto urbanizzato come il nostro: no campagna, no montagna. Niente bestie razzolanti, brade o incontrollate.
Al mattino esci di casa chiudendo a doppia mandata. Finestre sigillate che qua piove quando meno te l’aspetti e tutto il corollario di finte sicurezze con cui inchiavardiamo le nostre esistenze e proprietà. Ci sei?”.
Annuisco.
“Bene” continua TT.
“La sera rientri a casa, giri due volte la chiave in senso contrario apri la porta accendi la luce con gli automatismi di tutti, poi guardi verso il basso e vedi una gallina.
Li, ferma, che ti osserva con quegli occhietti gialli.
Da gelarti il sangue!”

Silenzio.
Lo fissavo come Pippo guarda Topolino.
In attesa del resto della storia, di una spiegazione o quantomeno della morale.
Nulla.
Con lo sguardo di chi aveva capito che non avrei compreso nemmeno a spiegarmela, Tancredi Tancredi buttò giù il rimanente della sua Tassoni© e si alzò andando a giocare a flipper.

Solo qualche ora dopo ci sono arrivato.
L’imponderabile.
L’imprevedibile.
Di questo Tancredi Tancredi aveva paura.
Ognuno è in grado di addestrare corpo e mente per prepararsi o quantomeno rassegnarsi a tutto ciò che ti può accadere.
Ma nessuno è mai preparato all’indeterminabile, nemmeno il Dottor Who.
Non appena pervenuto a questa epifania l’sms inviato a TT citava: “Horror Vacui”.
Volevo sapesse sarebbe valsa la pena di scegliere ancora me prima del flipper.
Rispose con un sms vuoto.
Benedetto Air Bazooka

09 aprile 2014

Any Given Day – rigurgiti cerebrali incontrollabili 8 "VERTICAL LIMIT"

09.04.2014

Il rocciatore dalle mani delicate era alto alto alto.
Con quelle vocione che hanno le persone alte alte alte.
Con quel tono glottoso nelle parole che rimbalzano di parete in parete come palle di gomma, prima d’uscire fuori dal buco della bocca.
Il rocciatore dalle mani delicate era un asso nell’ordinare parole tecniche su papiri inteminabili di giustificativi di carta.
Un totale disastro nel coordinare quelle braccia lunghe lunghe lunghe per qualsiasi cosa non fosse battere su una tastiera.
Il rocciatore dalle mani delicate faticava a vivere nel mondo orizzontale.
Così nei weekend, per quella sua natura alta alta alta di creatura montana, si muoveva in verticale. Misurando il valore dei luoghi dal loro stare zitti
Piantava le dita sporche di gesso nella pietra dolomitica e secolare, ma dal lunedì al venerdì metteva i guanti se doveva usare il detersivo. Per le sue mani delicate di rocciatore.
Non si poteva non prenderlo in giro,
era divertente, non c’era cattiveria, era il modo per dimostrare il bene.
Perché Pippo non lo abbracci, lo sfotti per le vaccate che fa dandogli una pacca su quelle spalle alte alte alte.
Stammi bene rocciatore.

02 aprile 2014

Any Given Day – rigurgiti cerebrali incontrollabili 7 "NO ALARMS E NO SURPRISES"

12.03.2014

'Troppo vecchio per essere Felice?'
Non riesco a focalizzare il momento ultimo in cui lo sono stato veramente.
E non quel ‘veramente’ di stabilità o routine.
Felice non è: scegliete la vita; scegliete un lavoro; scegliete una carriera; scegliete la famiglia; scegliete un maxitelevisore del cazzo; scegliete lavatrici, macchine, lettori CD e apriscatole elettrici. Scegliete la buona salute, il colesterolo basso e la polizza vita; scegliete un mutuo a interessi fissi; scegliete una prima casa; scegliete gli amici...
Di rimando l’infelicità può essere anche figlia della sottrazione di uno soltanto di questi fattori.
Felicità non è una temporanea sospensione dalla stranguria.
Non è ‘No alarms e no surprises’.
Non è Albus Silente che si smoccola il cervello con la bacchetta di sambuco cavandone pensieri brutti e appiccicandoli sotto un’aquasantiera.
Questa è solo sospensione della pena.
Ma a conti fatti cosa posso pretendere, se quando mi si domanda cosa sia, riesco a descrivere soltanto quello che non è.
Posso solo provare a proteggere ogni felicità che mi trovo davanti.

Bart: “Questo è il giorno peggiore della mia vita”.
Homer: “No, figliolo: questo è il giorno peggiore della tua vita finora”.

26 marzo 2014

Any Given Day – rigurgiti cerebrali incontrollabili 6 "UNA STORIA VERA"

11.03.2014

Ernia è di Roma.
“Ma Roma Roma!” dice lui.
Che pare esista un regolamento non scritto ma universalmente riconosciuto che separa nettamente chi si trova all’interno dell’abbraccio materno e letale del raccordo anulare: definiti Romani.
E chi per sventura natale ne rimane all’esterno: spregiativamente apostrofati come burini o, che dio ce ne scampi, laziali.
Ernia ha obbiettivamente poco del Romano per come il mio archetipo lo vorrebbe, e cioè un ibrido tra l’estetica di Nico Giraldi e l’aplomb d’un Mario Brega.
Si esprime piuttosto colto per la media dei colleghi. Con inflessione appena percettibile, se escludiamo i momenti in cui s’agita per futili motivi (e per futili intendo tutto ciò che può riguardare il lavoro) e gli partono scorregge romanesche in un tripudio di miccette, ‘R’ marcate e doppie consonanti seminate a minchia.
Mantiene un dresscode casual ma elegante, se sorvoliamo sulla sua perniciosa propensione al marrone svelante la sua identità segreta di TurdMan.
Camicina, maglioncino, pantaloncini e scarpicine di quelle che le guardi due o tre volte per capire se sono scappate da una vetrina Prada o Footlocker.
Del resto Ernia è un preciso. Anzi Ernia è un precisino del cazzo.
Talmente puntuale in tutto da essersi iscritto al sindacato degli inquilini qando stava in affitto. Per poi scavalcare la barricata una volta acquistata casa, andando a combattere tra le fila dell’associazione proprietari. E sia maledetto il suo di ‘comprar casa’! Vera e propria crociata.
Una guerra di logoramento orchiclastico per tutto il resto del laboratorio involontariamente coinvolto nelle sue esternazioni.
Mesi e mesi di interrogazioni parlamentari con agenzie, proprietari, notai, esperti del settore lo hanno infine portato al dunque.
Perché Ernia è malato purtroppo. Ha la sindrome di Abe Simpson. Per ogni input un aneddoto.
Il suo cervello non riesce a drenarlo. Qualsiasi stimolo gli arrivi alle orecchie, fosse anche una sola sillaba, andrà certamente ad aprire uno scomparto nella sconfinata scaffalatura della sua mente. Cassetto da cui immancabilmente salterà fuori una storia.
Solitamente noiosa, inconcludente o imbarazzante come Luca Giurato; ma implacabile come Schwarzy. Che se deve dirle deve dirle altrimenti ce se strozza.
Ah, ovviamente Ernia si chiama Ernia perché c’ha l’ernia al disco.
Senza che si pensi a quale fantasioso soprannome colpo di genio.
Ma anche qui sta l’aneddoto.
E’ infatti convinzione inamovibile del nostro che: pur svolgendo un mestiere che lo vuole quotidianamente seduto per una media di 9-10 ore………suspance.
Dicevo è sua convinzione essere maggiormente soggetto al manifestarsi di questa patologia.
Con tanti saluti a minatori, camalli, scariolanti e ragazzi delle acciaierie che ancora imputano il mal di schiena al duro lavoro. Indolenti!

25 marzo 2014

Any Given Day – rigurgiti cerebrali incontrollabili 5 "CHI TROVA UN AMICO..."

10.03.2014

Sono sempre stato piuttosto geloso della mia solitudine.
Sono sempre stato piuttosto.
Butto su il muso e guardo arcigno non tanto perché sia contrariato…
Ok, rettifico l’ultima affermazione: sono sovente contrariato e mi accendo con un nulla (tipo Mister Furioso) ma è soprattutto un deterrente per l’Altro.
Dove l’Altro è tutti.
Cercare di apparire in pubblico il meno possibile.
Cercare, in pubblico, di apparire il meno possibile: le regole d’oro della mimesi difensiva.
Sguardo torvo e silenzio spinto: il mio saporaccio di Uomo Cimice.
Tanto per contestualizzare, quando ero bambino mio padre amava dipingere.
La sera, dopo dieci estenuanti ore di lavoro immerso in olio e metallo che manco Tetsuo, faceva la doccia, cenava e si ritirava nel salone.
In cucina mia madre stirava fissando con un occhio il televisore, con uno il ferro e con l’altro me come un camaleonte-triclope; io giocavo con il Daltanious.
I 45 giri dei Deep Purple, dei Fletwood Mac, di Jimi traspiravano attraverso le pareti.
Con l’orecchio teso aspettavo una decina di minuti che la sessione fosse cominciata e il livello di concentrazione tale da non disturbare troppo; poi entravo tomo tomo nell’atelier.
La zaffata di trielina e fumo blu di MS aggrediva le mie narici cucciole (Nek cit.), un odore che avrei imparato ad amare. Papà, con la sigaretta penzolante alla Jigen e le orecchie piene di musica trasportava veloce il colore dalla tavolozza alla tela, con una delicatezza che non avrei mai pensato possibile per quelle manone.
Il colore ad olio possiede la magia del 3D come il cinema non avrà mai. Lo spessore notevole che permane sulla tela lo rende quasi un dipinto scolpito. E richiede tempo.
Molto tempo per asciugare, molto tempo per essere sovrapposto l’uno all’altro.
Che ci devi pensare bene a quel che fai.
L’olio è una filosofia all’interno della filosofia del dipingere. Non va bene se hai fretta.
Di tutti i quadri che ha dipinto, giurava e spergiurava papà che nessuno sarebbe uscito di casa prima della sua morte. Di tutti i quadri che ha dipinto solo uno mi aveva rapito, e giuravo e spergiuravo che sarebbe venuto via con me ben prima della sua morte. Il peschereccio lo chiamiamo.
Il peschereccio è uno di quelli interamente di metallo: sei o sette metri di vongolara non di più. Talmente rugginoso che si fatica a distinguere il pallido carta da zucchero della vernice originale. Sta silenzioso in mezzo ad una colata di luce e riflessi di pirite d’un tramonto qualsiasi.
Piantato li solo. Un braccio di mare da chi lo guarda, due bracci dallo sfondo scarsamente umanizzato in lontananza. Nessuno altri che me che sto su quella barca.
Che anche se non dipinto è li che mi sono immaginato guardandolo. Da sempre.
Solo come Bud Spencer sulla Puffin. Niente pappagallo, niente Terence Hill.
Li dove nessuno può fare male. Li dove la solitudine è un obolo piacevole.
Poi la terra ha tremato.
Ed ora ogni giorno sono 80 Km per il lavoro, e sono un bollettario, e la benzina costa 1,70 € al litro, e l’azienda è di rimborsi parca assai.
Così ho Caterina ed ho Rashid.
Ogni mattino, ogni sera; da due anni.
Ad assaltare i bastioni del mio isolamento, a scalfirli a cannonate per guardare dentro se ci trovano quell’umano che s’aspettano.
Alcune volte rido. Alcune volte no.
Mentre il peschereccio rugginoso campeggia sulla parete del mio soggiorno.
Perché alla fine i padri sono buoni e cedono alle disgrazie dell’avere figli come me.

Perché solo Puffin ti darà forza e grinta a volontà!

20 marzo 2014

Any Given Day – rigurgiti cerebrali incontrollabili 4 "FLATLAND"

06.03.2014

Sono le 07.25 di un mattino dove cotone sporcato di grafite è andato a sostituire il cielo azzurro di ieri. “Per fortuna è tornato normale” penso. Sono così disabituato al sereno che tutto quel ceruleo m’aveva dato uno spasmo agorafobico.
Caterina sposta nervosa le sue belle mani tra sterzo, radio, cambio, capelli, cambio, radio e sterzo. E’ silenziosa e guarda la strada sfrecciare alla velocità di curvatura cui è solita spingere la più famosa quattro ruote germanica. Rashid ‘riposa gli occhi’ come sostiene ogni volta che cade preda di quello stato mentale in bilico tra la fase REM cronicizzata e il coma vegetativo.
E’ usanza che io stia dietro, come i bimbi speciali, a guardare la pianura schizzare oltre le mie orecchie. Poggiando il dito a metà del finestrino scopro che nulla; nessun elemento nel profilo del paesaggio supererà mai quella linea immaginaria che sto tracciando tra vetro e aria. Questo è l’incantesimo della bassa. Dove tutto e talmente piatto che le avventure a Flatland hanno molto più spessore.
Arrivati al lavoro la mia unica speme è di poter trascorrere la giornata traslucido ed impalpabile.
Ma la Cicogna del Devonshire è vigile e attende sorridente. Il sopracciglio mi s’inarca Dwayne Johnson. “Tranquillo...” dice la Cicogna del Devonshire agitando un plico di fogli. “...è un lavoro che ti porterà via una mezza giornata”. Ho sentito la vita scivolarmi dalle dita alla velocità dei gettoni di un jackpot.

19 marzo 2014

Any Given Day – rigurgiti cerebrali incontrollabili 3 "TREMORS"

05.03.2014

C’è stato un tempo in cui al mattino impiegavo 4 minuti di automobile da casa al lavoro.
Poi in Quel momento la terra cominciò a singhiozzare.
E fu come avere corde d’acciaio legate in fondo la gola a tirar l’ugola e correre tese giù, fin sotto l’intestino, a far vibrare anche il bassoventre d’una continuata nota d’angoscia.
Un bordone beccheggiante nel torso, vibrante frequenza all’unisono con la risacca delle lacrime.
Un suono irraggiato e costante. Greve di morte e di fotogrammi sparati sulle cornee come shuriken affogati nel veleno. Una tremolante inattesa fine dell’esistenza. Ansia, incertezza e sensi tesi verso il momento prossimo di quando finirà; o si ripeterà; o non si ripeterà.
Ora impiego 40 minuti di automobile da casa al lavoro.
Divido il tedio mattutino e l’esasperazione pomeridiana con un paio di compari: Caterina e Rashid (quest’ultimo per le ulteriori otto ore giornaliere ha l’onere di seder alla destra del padre).
Novello Trio Drombo ogni settimana s’alternano mezzi e pilota per affrontare nuove avventure oltre il limite della logica. Tipo una puntata di Yattaman. Ma senza le parti comiche.
E chiamo ogni giorno il Signore con terminologia zootecnica e j’accuse per il mio stato di pendolare indotto. Ma sono vivo. E qualcosa sta cambiando.

Any Given Day – rigurgiti cerebrali incontrollabili 2 "I VESTITI NUOVI DELL'IMPERATORE"

04.03.2014

“Udite! Udite! Popolo; in onore dell’avvento del nostro nuovo Signore il Conte Marchese Gran Capo dei Nazisti dell’Illinois (che poi io li odio i Nazisti dell’Illinois) nel pomeriggio di quest’oggi ogni attività lavorativa verrà temporaneamente sospesa per rendere il soggiorno del Signore il Conte Marchese Gran Capo dei Nazisti dell’Illinois più adeguato, pomposo ed accogliente possibile”. “Vi è inoltre fatto divieto di fumare da oggi fino venerdì che fabbrutto”. “Ma pure fori nun posso fumà?” chiede il villano. “Pure fori, tiè”.
E così nuovamente si consuma il tragico atto di pulizia radicale del laboratorio perpetrata ad ogni cambio di capitaneria. Ove tutti sono tenuti a partecipare, dove ogni livello piramidale s’appiana cancellato da detergenti e stracci (e sticazzi fosse vero). Ove sono buttati nel maelstrom del fare spazio quintali e quintali di materia che morendo irride decenni di raccolta differenziata. Niente cavi o cavetti, post it, oggetti personali, appunti appuntini e appuntoni. Siate simmetrici che simmetria è la parola chiave, che una scrivania in disordine è sinonimo di disordine mentale.
E il pomeriggio trascorre così: sei coglioni armati di alcool e buona volontà a pulire tutto il pulibile mentre papaveri in giacca, cravatta e braccia conserte entrano inclinano di 47 gradi una lavagnetta inclinata di 45, annuiscono con il fare di chi ha soddisfatto con un eiaculazione straordinaria il proprio senso estetico ed escono di scena, trascinando la scia di carogna e i loro cinquemila euro mensili di obolo. Nell’attimo di lucida follia del ‘fare vedere’.

Any Given Day – rigurgiti cerebrali incontrollabili 1 "MONDAY BLOODY MONDAY"

03.03.2014

Tutto quello che di solito è destinato per inedia e scarsa volontà a non avere un finale come diete o addii al tabagismo. Tutto quello che mi richiede impegno, fatica e abnegazione. Tutto questo solitamente comincia di lunedì. Un lunedì qualunque come oggi.
L’altare sul quale immolo la mia libertà in cambio di milletrecentosessanta euro al mese è di laminato grigio, mi arriva allo sterno togliendomi il respiro e sostiene un LENOVO Thinkpad T61® collegato ad uno schermo 16:9 ASUS® da 17 pollici. Telefono fisso CISCO System (rigorosamente VOIP che il risparmio è legge) e una galassia scarabocchiata di Post it® ad imbottire di giallo l’alveo tanto caro. Otto ore al giorno. Ogni giorno.
Annunciati dal bip della porta che si apre, entrano in campo ad intervalli regolari gli atleti della rodata formazione:
Rashid;
Cerignola;
Ernia;
lo Spockioso e
Mauro.
Tutti sbiascicanti un “bngiorn…” con le vocali perse; che al mattino le vocali sono faticose.
Tutti tranne Ernia che quando arriva al lavoro ha sempre la carica di chi è fuggito da un campo di concentramento senza passare dal camino. Li guardo negli occhi uno per uno.
Guardo spesso le persone negli occhi senza farmi notare. Così, nella speranza che stiano peggio di me. Li guardo e mi ricordo di un sacchetto Cuki Gelo che avevo da bambino, pieno di biglie di vetro. Stessa espressività.

01 ottobre 2013

La coerenza di Aronne

...Sì,

di non averne fatte mille in più.
E maledico il giorno - anche se penso
sian pochi i giorni che ho da maledire -,
in cui non ho commesso alcun misfatto
degno di fama: assassinare un uomo,
o progettarne altrimenti la morte,
o violentare una fanciulla vergine,
o escogitare il modo di arrivarci,
o accusare qualcuno ch’è innocente
e giurare di non averlo fatto;
o fomentar mortale inimicizia
fra due persone state sempre amiche;
o far rompere il collo all’animale
appartenente a qualche poveraccio;
o appiccare di nottetempo il fuoco
ai fienili e granai, e ai proprietari
dire di spegnerli col loro pianto.
Ho tratto fuori i morti dalle tombe
per andare a piazzarli, dritti in piedi,
alle porte dei loro famigliari,
che avevan quasi scordato il dolore,
e col pugnale, sulla loro pelle,
ho inciso, come su corteccia d’albero,
a lettere romane: “Non sia morto
in voi il dolore, anche s’io son morto”.
Ma son migliaia gli orrendi misfatti
perpetrati con la disinvoltura
di chi uccide una mosca;
e, in verità, niente m’affligge il cuore
più del pensiero d’essere impotente
a commetterne ancora diecimila.

W. Shakespeare "Tito Andronico"

22 maggio 2013

overdosi

‘Ummm... Prendi un drogato d’eroina.
Un drogato d’eroina ogni volta che si fa è sicuro non ci saranno ulteriori altezze raggiungibili, giusto?!’
“Boh, non sono una drogata, mi fido”.
‘Brava fidati. Ora, fino all’attimo prima che lo stantuffo magico corra verso la sua vena è assolutamente consapevole della dose successiva, quando quei precisi milligrammi non saranno un obolo sufficiente a trasportarlo fino quel punto dello spazio. Ne occorrerà di più, ne vorrà di più e avendolo se lo sparerà lesto godendosi l’attimo prima di ritornare e volerne ancora’.
“Penso di essermi persa”.
‘In sintesi sei come l’eroina: ogni gesto che fai mi rende felice e innalza gli ormoni sempre più verso l’eterea soglia dell’overdose. Io questo lo so e bramo comunque il prossimo gesto, la successiva attenzione, la dose fino al punto di non ritorno. Quando gli occhi si ribalteranno a guardarmi il cervello e strafatto di aspettative t’attaccherò al muro cercando chessò... di baciarti in bocca o cacciarti una mano tra le cosce’.
“Ma io sono affettuosa con te perché siamo amici”.
‘L’amicizia tra uomo e donna è una cazzata, prima o poi uno dei due penserà di portarsi a letto l’altro. Sempre’.
“Ma io non voglio portarti a letto!”
‘Ed è qui che nasce il mio problema’.

08 ottobre 2012

Persone in Giappone: Sbarboni

Guardando giù il pavimento è lucido, trasparente. I piedi poggiati su estesi vortici arcobaleno che migrano e scivolano l’uno sull’altro come le nuvole e le correnti delle previsioni meteo.
Saponosa, lenta e metodica: la Bolla. Gonfia e cresce.
Arrischia quindi nel trovarsi un impiego e riuscendo s’esalta.
Controlla il suolo: regge.
Una casa e gli impegni che porta rinchiusi nelle stanze.
Ama una donna ed i frutti del suo ventre carichi di aspettative e con tasche piene di oneri.
Mentre cangiano le iridi della sfera ed i colori, la fede verso la tensione superficiale è salda.
Corre il tempo, cresce la bolla. Vengono così la Toyota Cresta, i completi sartoriali e le mazze col driver Taylormade e quella foto sul mobile dell’ingresso dove si sorride tutti e quattro davanti casa.
E’ il 1991: “PLOP!”
E’ complesso senza tecnicismi intuire il concetto di Bubble Economy.
Elementare invece comprendere il valore di tutto ciò che hai di valore ridotto a un terzo in un “Plop!”. Tutto tranne i debiti ed il tempo che occorrerà per saldarli.
Come quando Marvel o DC decidono di punto in bianco che l’attuale universo non è più sufficientemente redditizio e lo spazzano via in pochi volumi di pretesti alieni senza nemmeno l’accortezza di un “Grazie e vaffanculo”.
E ok comprendere, ma accettare è un’altra faccenda.
Non tutti ce la si fa, non tutti si ha la tempra dell’Avanti Sempre e Comunque.
A Tokyo chi non corre più sul tapis-roulant o sceglie di far ritardare la metro o diventa uno di loro: uno Sbarbone.

Sbarbone giapponese_ Simile al più sviluppato Barbone di ceppo occidentale se ne discosta per la peluria facciale assai più parca (da qui la dicitura sbarbone). Inoltre distinguibile in quanto accessoriato di gadget tecnologico o capacità fuori dal comune senso del barbonaggio. Sovente in possesso di pedigree pre-sbarbonico ad alto contenuto professionale.

I
Uscendo dal 7eleven di Hongo sanchome in Tokyo con l’immancabile sportina piena di bomboloni glassati e traditori (tradimento che scoprirai soltanto alle ore 8.00 della mattina seguente quando il gustoso ripieno richiamerà più la senape calda che non la crema pasticcera), teste di panda spumose di pasta al latte o deliziosi tronchi di banana assopiti tra panna e pan di spagna. Dicevo, appena fuori dal combini siedo sulla panchina di legno che come una lingua scheggiata spunta da una grossa fioriera. L’atmosfera modello scafandro sudato m’accoglie mentre mi godo un po’ di quotidianità nipponica. Inforcato con la cannuccia a tre soffietti il mio bicchierone fresco da frigidaire di ‘Caffè Espresso Milano’ (che la Starbucks giura contenere davvero tracce di caffè) aspetto la ciurma persa tra esotiche soluzioni nutritive e gadget.
A pochi passi dal mio pic-nic, su una panchina speculare, si è poggiato uno sbarbone. L’incarnato olivastro e il marcato contorno occhi lo collocano presumibilmente tra le specie provenienti dalle isole Ryukyu e migrate nella capitale in cerca di cibo. La sua livrea è un’abbondante T-shirt su pantaloni funky virati entrambi verso il nero vintage. I Birkenstock a due fasce in cuoio cingono le zampe, ringraziando il cielo, prive di calzini. La criniera scura filata d’argento è lunga e scarmigliata mentre la barba è incolta ma rada e indecisa. L’aspetto complessivo è quello di un esemplare adulto che trasmetta un senso diffuso di scarsa igiene ma tutto sommato di coerenza stilistica. Lungo disteso sulla comodità lignea sembra essere assopito e noncurante del traffico mattutino che nella strada adiacente si fa via via più insistente.
Terminato tutto l’imprescindibile aroma del mio caffè mi alzo ad eliminarne la scorza nella fallace indifferenziata (provate in terra nipponica a gettare uno sguardo nelle budella dei cestini, non tutti hanno tanti stomaci quante bocche).
Ma avvicinandomi al soggetto delle mie osservazioni, Mon dieu! Un filo bianco come la neve scende dal collo sbarbone e corre sulle valli scure della sua figura, sinuoso ed elegante fino a conficcare la coda metallica in un serico ultrapiatto d’alluminio anodizzato... lettore mp3.
All-in di pensieri!!
A dispetto della disfatta sociale la resa di questa creatura non è totale?
C’è un canale da dover tenere aperto, una volontà di legame nei confronti della vita precedente?
Un utero musicale che, chiusi gli occhi riconduce al divano nel proprio appartamento in vece d’una panchina per strada. Avete presente la Mazda P360 di Homunculus? (Se non l’avete presente leggetevi il manga).
Ai margini di uno stato assistenziale non certo indulgente quale quello Giapponese occorre una gomena di salvataggio per quando le correnti saranno propizie al rientro a bordo. Sarà così o sono troppo sentimentale? Sarà così o è soltanto un ubriacone che si gode musica qualsiasi da un mp3 qualsivoglia rubato al signor qualunque?
Forse tendo a sopravvalutare l’etica dagli occhi a mandorla. Forse.
Ma la versione del mio istinto stavolta mi piace più di quella del mio cinismo.

II
Il parco di Ueno è vasto e arboreo specchio vegetale di ciliegi, acquitrini e arterie selciate, puntinato di templi e tempietti e addizionato con Zoo di Ueno.
Dove scimmie invisibili dovrebbero stare in bella mostra nelle loro voliere per primati, ma che con 39 gradi e riflessi ustori dimostrano che l’uomo che le cerca ne discende sì, ma in direzione involutiva.
Dove anziani ricurvi gettano tozzi di pane a carpe stolide. Ammassate a creare un comodo lastricato di scaglie sul quale anatre s’affrettano per fottergli il pane stesso. Giuro.
Dove Lara ed io decidiamo di fare un ‘giretto’.
Sono all’incirca le 13 d’un pomeriggio d’Agosto.
Da bravi collezionisti di colpi di calore.
Nulla togliendo all’idillio di verzura che accompagna la nostra passeggiata, nell’angolino umido dietro la scarpiera che sta nel mio cervello si manifesta il sospetto. Vuoi che questi colori sgargianti, queste luci C.S.I. Miami diffuse e il circondario fluttuante non siano proprio reali? Vuoi che le allucinazioni da insolazione possano alterare goliardicamente la mia percezione del bello?
"Basta, fa troppo caldo! Se non rimediamo mi infilo due carpe sotto le ascelle e una nelle mutande”.
Ci addossiamo ninja al fusto d’un sakura che resina come un camionista alla solfatara di Pozzuoli. Bruciando l’intera scorta di rètine studiamo la cartina sovra esposta dal sole allo zenit.
“Dovrebbero esserci due grossi laghi per di là” esclama il biondo mappiere (il mio invalidato senso dell’orientamento ripone in lei fede cieca). E nell’offuscata ridicola speranza di refrigerio da lago avviamo verso il dito indice che punta l’orizzonte.
Cammina cammina, lo sguardo camaleontico (un occhio avanti uno alla cartina) le si perplime. “Dovrebbero essere qui” dice.
Col vigore del Mottarello fuori frigo, lento giro sul mio asse in una Tolkieniana panoramica.
La lingua di asfalto si allunga diritta dal luogo della nostra venuta verso un vecchio tempio buddista. Sui fianchi verdi distese di larghe foglie brillanti e carnosi fiori rosa. Dei laghetti nessuna traccia.
Laddove la mappa li racconta stanno piante e piante e piante.
Perplessità muta tosta in disorientamento.
Disorientamento non ha tempo di formarsi in scoramento che già scioglie nel salato del sudore.
E veloce come il vento (che non c’è) sono già sulla via facile del ‘fregacazzi’.
Ma non abbastanza veloce.
Un Takeshi Kitano sulla settantina ma più brizzolato e abbronzato fiuta il nostro smarrimento. S’avvicina solido e bonario: “Can I help you?”
Indossa una canottiera stile Mario Brega in fantasia unto e pantaloni verdone di tela sabbiata, ma sabbiata dal sonno sull’asfalto. Non è sciupato nel fisico, presenta anzi quella rotondità soda e percussiva da vecchio maestro di karate. Se non fosse per la ragnatela di rughe da intemperie che gli invade la faccia come un parabrezza sfondato. Se non fosse per l’igiene personale ben al di sotto degli alti standard giapponesi mica lo diresti.
Mica lo diresti che è: uno sbarbone.
Appoggia un gancio di taglia colossale che fa presumere sia, il vecchio, reduce d’un eremitaggio durato eoni, tante le parole mitragliate che ci crivellano. Quello però che mi stupisce ed umilia è la fluenza, la solida padronanza, la competenza nel discorrere inglese. La naturalità della dizione e dell’inflessione mi stringono nell’angolo balbettante rispostucce stentate in disarticolati monosillabi.
Ma di interlocuzioni o conferme pare non abbia bisogno.
Il giapponese medio conosce l’inglese più dell’italiano medio; ma quando lo parla risulta comprensibile ed efficace come l’accento svedese di Fantozziana memoria.
Oggi quello con la patata in bocca sembro io.
Lara è in piena sindrome Bobble Head e con tecnica piccoli passi arretra tentando il disimpegno.
Sono fottuto!
Irrimediabilmente invischiato in un’anglo-nipponica cataratta senile di: politica giapponese, turismo giapponese, sociale giapponese, movida giovanile giapponese.
Occhio pallato, lingua felpata.
Dopo quelli che valuterei dieci minuti di comizio anziano, sto seriamente pensando di togliermi la vita spezzandomi il collo a due mani. Quando percepisco l’avvisaglia d’un rallentamento nella sua logorrea. Una vibrazione nella Forza gli ricorda che pareva fossimo in difficoltà.
“..so, can I help you?”
La disidratazione mi impedisce di piangere; vibrante indico i laghi sulla mappa spiegando che non riusciamo a trovarli in nessun modo. Kitano sbarbone mi guarda come si guarda la scimmia che non toglie la mano dal vaso perché non molla la caramella. Volta la testa verso destra e fa due passi.
Fa DUE passi.
Poggiato allo steccato dell’enorme aiuola accenna con la mano d’avvicinarmi. Obbedisco.
Con l’indice tozzo e scuro punteggia l’aria per due volte indicando verso il basso, oltre la staccionata.
“These are lotus plants”
dice.
“The lake's water is under”
dice.
E osservando l’acqua che lambisce gli steli di loto finalmente riesco a piangere.

III
Personalmente vado ad Akihabara per sfondare di soddisfazione il mio senso compulsivo di acquisti, tempestarlo d’un rush di occasioni che non puoi dire di no che in Italia manco lo trovi o se lo trovi devi scambiarlo con una cornea o dare in pegno la primogenitura.
Diventare cieco nell’approfondire, considerare, esaminare, esplorare, indagare, pesare, sezionare, studiare, sviscerare, vagliare, valutare e basta che www.ilsinonimo.com ha terminato le cartucce.
E cifotico nel caricarmi di soma gravosa ma lieta in cellulosa e pvc.
Nella perdita generale di dignità nazionale che colpisce il frequentatore medio di Akiba trovo un lato scuro e muschioso della natura nipponica che me la rende più tangibile.
Magliette sformate e non camicie inamidate, capelli lunghi, unti e trascurati, non cotonati o ingellati colore moda 2010-2011 mogano-ramato; grasso, sciattume.
Odoro l’afrore di sudore che è raro anche nella metro di punta e la bramosia collettiva del collezionista.
Questa apoteosi del gadget, sintesi del futile, così gravemente estremizzata fino a rendersi indispensabile fino a levare il fiato all’angolo di umanità che in parte mi compenetra e rende simile.
Qui dove si sposa la convinzione che le persone fisiche prima o poi ti deluderanno.
Qui si trova nella compagnia di carta e plastica la sola costante immune dalla disillusione.
Quando ero adolescente e convinto che la ribellione personale mi avrebbe portato lontano e sarebbe stata la chiave di volta per un rinnovamento globale, mia mamma invece diceva: “Tagliati i capelli che sembri un barbone”, “Butta via quei jeans che sembri un barbone”, “Mangia la verdura che sembri un barbone”. Ora non so se il barbonaggio fosse la punta di diamante degli spauracchi educativi secondo mia madre ma quella della verdura non è mai stata ben chiara.
Secondo lei qui all’uscita ‘Electric Town’ della metro sono quasi tutti barboni (io compreso).
Ecco che per distinguersi dalla massa lo sbarbone professionista dovrà quindi applicare il canone di riconoscimento internazionale: “Oh, c’hai 1000 lire?”
Avvicinato da un esemplare endemico di quarantenne approssimazione, il mio senso di ragno anti questua resta insolitamente muto. Perfettamente confondibile tra la fauna lo noto solamente per l’eccessivo accostamento. Lo sconfinamento nel mio spazio vitale che in Italia farebbe decollare i jet ma che la densità per metro quadro Japonica blandisce notevolmente.
In inglese comprensibile mi domanda di dove io provenga e alla mia risposta s’illumina intrecciando le lodi da brochure turistica del ‘Bel Paese’ e sostenendo d’esserci stato tre volte.
Nota bene: è statisticamente provato che a qualsivoglia giapponese lo si domandi avrà visitato l’Italia un minimo di 3 volte; come se facesse curriculum.
Ben disposto dall’affabile loquacità ne assecondo la verve fino ad una repentina virata dei toni che circonda la mia testa di un’aureola ragnesca. Pronto ad assorbire il colpo. Inizia lo sfiancante vortice delle disgrazie e delle giustificazioni sociali che in tutto il globo terracqueo mulinella e gorgoglia fino ad intasare il buco di scarico. Piagnistei e lamenti risolvibili e cancellabili dal semplice frugarsi nelle tasche e ritirarne una moneta.
Ora.
A parte la naturale repulsione per l’elemosina dovuta alla genetica intolleranza e fermo il fatto che poco mi è costato il mutilare il mio budget di 100 yen; c’è l’insofferenza.
L’insofferenza che sia proprio un appartenente al fiero popolo di Yamato a farlo.
Da un europeo l’avrei accettato senza batter ciglio, siamo sempre stati storicamente maestri nell’occulta arte dell’accattonaggio. La nostra formazione cristiana lo consente e giustifica.
Ma il passaggio ideologico da samurai a sbarbone senza passare dal via che il mio immaginario è costretto ad affrontare.
La dicotomia forte tra la figura d’acciaio Masamune e gli stracci Sciuscià che devo metabolizzare in un istante mi disturba.
A nulla giova l’analisi storica di figure come ronin o burakumin a tamponare la pena.
In modo mortificante compro il mio congedo con una moneta...

Gironzolio ed acquisti.

Siam di nuovo all’uscita della metro e nuovamente il mio senso di ragno pizzica.
Un tipo in inglese comprensibile mi domanda di dove io provenga e alla mia risposta s’illumina intrecciando le lodi da brochure turistica del ‘Bel Paese’ e sostenendo d’esserci stato tre volte.
No, non ho copincollato per sbaglio, semplicemente lo stesso sbarbone approccia con la medesima tattica e a memoria reagisco. Poi appena la gag finisce di divertirmi (qualche nanosecondo invero) gli faccio gentilmente notare che sono lo stesso di prima e che......ma appena s’avvede della gaffe inizia il rito da pozzo di petrolio e con infiniti inchini e Gomen nasai ripiegando sparisce oltre il sipario della folla. Bah, vabbè avrò una faccia comune.

Gironzolio ed acquisti.

Avete presente l’uscita ‘Electric Town’ della metro? Ecco siamo ancora qui.
A stare nove ore ad Akihabara giuro che può capitare di ripassarci.
Nuovamente alle prese con l’infame scoglio delle cartine topografiche Lara ed io cerchiamo l’ubicazione del ‘Super Potato Retrogame Store’ (che vi andrete a gugolare che ne vale la pena). Come succede ai MacLeod avverto una presenza familiare, quasi domestica e voltandomi:
il Tipo in inglese comprensibile mi domanda di dove io provenga.
Sempre lui! Sempre ignaro come il Ned Ryerson nel giorno della marmotta.
Ma stavolta trova il barattolo della tolleranza pieno soltanto di sguardi Clint Eastwood e Golgo 13. Il vento dell’amnesia lo abbandona e mentalmente agile come un Bartezzaghi nel pieno possesso dell’idioma scarta. Sostiene: avendoci notato in difficoltà con la cartina è accorso in nostro aiuto ‘Only for help’ come salmodia e risalmodia. Salvato in corner pieno.
Ok allora, facciam buon viso ad ottima paraculata: e che si guadagni i suoi 100 yen!
Al grido di “Super Potato Super Potato” solletichiamo la mappa con gli indici tesi.
Ma volgendoci nuovamente verso il Tizio Sbarbone lui già è svanito...
scomparso come lo spirito del Natale passato...
dissolto in molecole di sudore, carta e pvc.